Emergenza sanitaria per i centri d’accoglienza straordinaria

“Noi  abbiamo 80 ospiti che dormono in camere da 4 letti ciascuna. Siamo fortunati perché la struttura è dotata di un cortile e di un piccolo giardino dove le persone possono stare all’aperto. Cerchiamo di fare il possibile: ognuno degli  operatori ha un turno di 12 ore per coprire tutto l’andamento della giornata: la pulizia delle stanze, l’igiene personale e il contenimento all’interno della struttura. Chi deve fare la “guardia” per scongiurare ingressi dall’esterno che sono stati vietati.  Poi c’è da organizzare l’accesso alla mensa assicurandosi che le persone restino a un metro di distanza e controllare che chi rientra dal lavoro fuori, stia attento a lavarsi e a  “igienizzarsi” secondo le comunicazioni che riceviamo  dallo  Sprar centrale di continuo”.

L’attesa per la visita sanitaria in una struttura Siproimi

Questa la situazione di grande difficoltà che devono sostenere gli operatori rimasti sul campo ad affrontare l’emergenza coronavirus, descritta da un responsabile di una delle strutture di accoglienza ex Sprar oggi diventati Siproimi, con i decreti sicurezza voluti dell’ex ministro dell’Interno Salvini. Nel caso degli ex Sprar si tratta di situazioni di accoglienza diffusa sul territorio che consentono, almeno,  di applicare le indicazioni sanitarie del ministero della Salute, ma di fatto gli ospiti continuano a dormire tutti insieme, a meno che non si dovesse ammalare qualcuno con relativa necessità di isolamento.

Un’altra situazione  “privilegiata”, ma anch’essa non priva di difficoltà, è quella di una casa famiglia nella zona Nomentana, dove vivono tre nuclei familiari, 14 ospiti in tutto.  Ognuno ha le sue problematiche: una mamma che  faceva la cameriera ai piani in un albergo ed è rimasta senza lavoro con due bambini piccoli di 3 e 5 anni; un padre che ha una figlia immunodepressa, in carico per le cure di routine al  Bambin Gesù, ma che fino ad oggi non ha ricevuto alcuna comunicazione di sospensione del suo lavoro a Pomezia. Il terzo nucleo infine, è composto da una mamma e da due fratelli di 18 e 19 anni che sembrano quelli con meno problemi perché riescono a seguire le lezioni dei loro istituti di appartenenza via internet.

Il problema vero  restano i Centri di accoglienza straordinari che di ospiti ne hanno da  150 a 200 . Nel documento sottoscritto da decine di associazioni tra le quali Naga, Intersos, Mediterranea Saving Humans, Gruppo Abele, Libera, Focsiv, Magistratura Democratica, Legambiente, Emergency, Arci, Medici contro la tortura e promosso da Asgi e Action Aid – è stata denunciata la “condizione delle persone straniere ed in particolare dei/delle richiedenti asilo, delle persone senza fissa dimora e dei lavoratori e delle lavoratrici ammassati nei Cas, Cara, Hub, Cpr e hotspot.  “Grandi contenitori di persone, che hanno subito una significativa riduzione dei servizi – si legge nel documento –  compresi quelli sanitari” con i nuovi appalti banditi dopo il decreto sicurezza.  “Queste persone  ad oggi – continua la denuncia –  sono prive di effettiva tutela, nella maggioranza dei casi anche degli strumenti minimi di contenimento (mascherine e guanti – acqua, servizi igienici), ed oggettivamente impossibilitate a rispettare le misure previste dal legislatore, vivendo in luoghi che di per sé costituiscono assembramenti”.

I nuovi bandi per la gestione dei Cas “post Salvini”

Le Associazioni firmatarie chiedono che “i centri vengano chiusi, riorganizzando il sistema secondo il modello della cosiddetta accoglienza diffusa in piccoli appartamenti, su modello degli Sprar, distribuiti nei territori, essendo impossibile nei contesti attuali il rispetto delle misure legali vigenti, a partire dalla distanza tra le persone e al divieto di assembramenti”.

All’epoca dei nuovi bandi per la gestione dei Centri di accoglienza molte delle cooperative che fino a quel momento erano state protagoniste dell’accoglienza dei migranti sul territorio, e la stessa Caritas di Roma, non avevano partecipato perchè il taglio dei servizi previsti, per comprimere la tariffa giornaliera, non garantiva nemmeno lo standard minimo.  Con una circolare del 4 febbraio scorso il ministero dell’Interno ha ipotizzato di apportare piccole correzioni ai punti critici dei bandi ma per ora sono rimaste solo delle ipotesi. Nuovi bandi, anche per la successiva emergenza da coronavirus, non c’è stato il tempo di redigerli. Alcuni gestori dei  centri di accoglienza di Roma, che abbiamo cercato di intervistare, non se la sono sentita di rispondere alle domande circostanziate sulla situazione all’interno della singola struttura , denunciando soltanto una situazione di piena “emergenza”.

Le proposte del Tavolo Nazionale Asilo al governo

Per loro parla il Tavolo Nazionale Asilo, composto dalle maggiori organizzazioni del mondo del volontariato italiano, da Acli ad Arci, Amnesty International, Caritas, Centro Astalli, Emergency, tra gli altri, le quali sottolineano “le serie conseguenze sulla sicurezza delle persone coinvolte nel circuito dell’accoglienza formale e informale determinate dalle condizioni straordinarie ed emergenziali dell’attuale situazione socio-sanitaria. La nostra assoluta priorità – si legge nelle proposte rivolte al governo – è la messa in sicurezza – delle lavoratrici e dei lavoratori che continuano, nel rispetto delle regole di comportamento generali, a farsi carico dell’accoglienza dei richiedenti asilo e rifugiati. Sono loro a svolgere inoltre il fondamentale compito di informare le persone riguardo alle continue disposizioni ministeriali tutti i richiedenti asilo e dei titolari di protezione internazionale o umanitaria che si trovano all’interno del sistema di accoglienza o presso insediamenti informali e alloggi di fortuna.  Tra le proposte, il Tavolo Asilo chiede, per Siproimi e Cas di “garantire la proroga dei progetti in corso sino alla fine del 2020, disporre il non allontanamento delle persone accolte per il periodo dell’emergenza, prevedere specifici protocolli per i casi positivi, garantire un’ adeguata fornitura di dispositivi di protezione individuale”. Rispetto ai grandi centri (hotspot e Cpr), dove è impossibile applicare le regole previste dal ministero della Salute, la richiesta è di “sospendere ogni nuovo ingresso individuando alternative alla detenzione amministrativa”. A tutti, anche a chi non è in regola col permesso di soggiorno – conclude il documento – va inoltre garantito l’accesso ai servizi sanitari”.

La denuncia del Coordinamento migranti di Bologna

La prima denuncia delle condizioni di grave difficoltà per la situazione dei Cas era partita già l’11 marzo da parte del “Coordinamento migranti di Bologna” riguardo alle condizioni del Centro Mattei. “Nel Cas vivono – scriveva in un comunicato il Coordinamento – più di 200 persone in camerate da 5 o più letti a castello. Molti di noi lavorano – si legge nella denuncia – uno accanto all’altro notte e giorno all’Interporto, dove in alcuni magazzini il lavoro è raddoppiato per star dietro alla grande richiesta di merci causata dal panico dell’epidemia. Quando dobbiamo riposare ritorniamo all’affollamento dei centri di accoglienza”.

Ma la  prefettura di Bologna ha creduto di chiudere il caso con una comunicazione ufficiale a stretto giro, nella quale ha precisato di “avere predisposto tutte le iniziative necessarie per l’applicazione delle misure di carattere igienico sanitario previste dagli strumenti normativi e che in tutti i centri è garantita la presenza di materiale per l’ igiene della persona, nonché la minuziosa e costante sanificazione dei locali, secondo i protocolli sanitari ed è stata data “adeguata informazione ai migranti sui comportamenti da seguire”.

Francesca Cusumano
(25 marzo 2020)

Leggi anche:

L’accoglienza tra attesa di cambiamenti ed esclusione

Decreto Salvini: accoglienza e tagli, le conseguenze umane

Le multinazionali nella gestione dell’accoglienza