Intervista al capitano Riccardo Gatti di Open Arms

Photo credit: Mich Seixas
In soli cinque anni l’ONG Open Arms ha salvato 60.515 vite nel Mediterraneo centrale e lungo le coste dell’isola di Lesbo, trovandosi in molte situazioni difficili ma continuando sempre a proteggere, con la sua presenza in mare, le persone che hanno cercato di raggiungere l’Europa in fuga da guerre e miserie. Piuculture intervista il capitano e direttore di Open Arms Italia Riccardo Gatti. Originario di Lecco, a 22 anni si trasferisce in Spagna. Dal 2015 presta soccorso ai bisognosi con Medici Senza Frontiere per divenire, un anno dopo, comandante dell’equipaggio della Open Arms sulla imbarcazione Astral e successivamente capomissione sulla Golfo Azzurro e sulla nave ammiraglia in grado di trasportare fino a 400 persone.

L’istituzionalizzazione della morte

Dal 2014 ad oggi oltre 20mila migranti sono morti nel Mediterraneo, una tragedia immane causata, per il capitano Gatti, anche dalle istituzioni le quali non hanno fatto abbastanza per salvare chi, mosso dalla disperazione, cercava solo un rifugio e una mano tesa. “Quasi dall’inizio della nostra attività in Grecia e poi nel Mediterraneo, io personalmente e noi come ONG ci siamo resi conto di come le morti in mare siano qualcosa di istituzionalizzato. Questo, umanamente, distrugge spesso il morale di tutto l’equipaggio. Ho visto – spiega – volontarie e volontari trovarsi in situazioni veramente stressanti: la cosa peggiore non è l’atto in sé di raccogliere cadaveri, quanto il rendersi conto che le persone muoiono perché lasciate morire con intenzione. Se non ci fosse stata un’azione individuale di organizzazioni o anche di governi, nonostante le critiche che si possono portare avanti, le persone sarebbero continuate ad annegare. Ciò – prosegue ­– è confermato dal fatto che noi di Open Arms abbiamo soccorso in mare utilizzando, all’inizio solo delle pinne e gli stessi gommoni lasciati a Lesbo dalle persone che lì arrivavano, poi un veliero di cinquant’anni, e successivamente un rimorchiatore di 48: questo significa che salvare vite è qualcosa non solo di fattibile ma anche di relativamente ‘facile’. Ciò che sta succedendo, e di cui ci siamo resi conto, è che per interessi geopolitici, per atteggiamenti di chiusura, di razzismo, o per qualsiasi altro motivo le persone in mare vengono lasciate morire. Questo, dal mio punto di vista, significa assassinarle”.

La forza della disperazione

“Ci sono tante esperienze a livello umano ­– ricorda –, una in particolare mi ha colpito. Era il 2017, ci trovavamo nel porto di Augusta dove avevamo sbarcato le ultime persone soccorse, quasi 500 in 15 giorni di missione. Siamo rimasti lì perché c’era brutto tempo ma ormai bisognava ripartire. I motori erano già stati accesi: la decisione era di ritornare a Malta che in quel momento era il porto base. Avevamo appena rimproverato alcuni ragazzi del nostro equipaggio perché, invece di guardare sempre molto fissamente l’orizzonte per scorgere eventuali imbarcazioni in difficoltà, cominciavano a rilassarsi poiché ormai stavamo per andar via. In quel momento, proprio mentre viravamo per cambiare direzione, uno dei nostri soccorritori mi ha avvisato di aver notato in mare un’imbarcazione che sembrava un kayak. Allora ho notato in lontananza una strana sagoma all’orizzonte. Ci siamo subito avvicinati: era un ragazzo solo, siriano, su di un gommone dotato di un piccolo motore elettrico. Eravamo a 20 miglia dalla costa. Lo abbiamo preso a bordo e lui, in evidente stato di shock, ci ha raccontato di essere partito il giorno prima dalla Libia, di essere stato sequestrato più volte prima di riuscire a comprare, con i pochi soldi che aveva, quel piccolo gommone, di quelli ‘da spiaggia’ con motore a batterie. Con sé aveva solo dei datteri ed un po’ d’acqua. Questo rappresenta quello che la disperazione può portare a fare”.

Una “bomba” è esplosa dentro di noi

“Il ragazzo – continua il Capitano – si chiamava Sami Naser e ci ha raccontato che in Libia lavorava in un ospedale in stato di schiavitù, perché non lo pagavano né lo lasciavano andar via. Era costretto a vivere all’interno dell’ospedale, nei sotterranei: non poteva uscire perché le varie milizie sequestrano i siriani in Libia per estorcere denaro. Quando abbiamo salvato Sami la reazione di noi volontari è stata diversa dal solito, perché quando soccorri c’è tanto stress ma quando riesci a far salire tutti a bordo hai un’esplosione di felicità e di rilassamento nel pensare ‘ormai è tutto apposto, li abbiamo presi tutti’. Questa situazione, però, ci ha lasciato un sapore sia dolce che amaro. Sami si era reso conto di quel che aveva rischiato, che se non lo avesse trovato qualcuno sarebbe morto. Infatti, se avessimo virato 10 minuti prima e se i ragazzi non avessero guardato attentamente lui non ce l’avrebbe fatta. La sensazione che avevamo noi era veramente strana, eravamo tutti un po’ sotto shock. Il fatto di prendere un ‘gommoncino’ da spiaggia e pensare di poter attraversare da solo il mare è qualcosa di sconvolgente: in quel momento era come se una ‘bomba’ fosse esplosa dentro di noi. Quando Sami si è ripreso l’abbiamo fatto scendere a Lampedusa”.

I minori e la traversata in mare

L’11 marzo 2018 Open Arms ha salvato tre fratelli che erano fuggiti dalla Libia su di un gommone. La vicenda è stata subito riportata su numerosi quotidiani anche perché uno dei tre fratelli, di soli 14 anni, soffriva di leucemia e aveva un catetere per la terapia endovenosa. Le conseguenze sui minori e soprattutto sui bambini alla traversata in mare sono traumatiche. “Se sono molto piccoli non si rendono conto di quel che sta succedendo, ma la traversata è molto dura: spesso, anche dopo averli soccorsi e trasportati a bordo della nostra nave, alcuni purtroppo sono morti. I minori, alle volte di soli 11 o 12 anni, viaggiano spesso da soli seguendo un gruppo di migranti, cercando di mettere in pratica quello che gli è stato sempre detto, ovvero dare ‘una mano’ alla propria famiglia. Fisicamente è qualcosa di difficilissimo e psicologicamente sono sempre abbastanza provati. Nell’ultimo sbarco che ho eseguito a Taranto il ragazzo più piccolo aveva 14 anni ed era la prima persona a scendere dalla nave. Quando noi di Open Arms arriviamo con i profughi in un porto per lo sbarco ci salutiamo sempre. Così io e quel bambino ci siamo abbracciati, ma lui non staccava più le sue braccia da me e mi diceva di aver paura. Pur essendo arrivato in un luogo sicuro, temeva di scendere dalla nave perché a bordo, per la prima volta nella sua vita, aveva trovato una situazione di sicurezza e non di paura. Io ho lavorato tanti anni in centri di accoglienza per migranti e lì i ragazzi ti raccontano delle situazioni che vivono. Ti rendi conto, da quello che ti dicono, che le loro storie non sono invenzioni e sono veramente tragiche. Rimanere su di un gommone per uno o due giorni in mare è un tempo lunghissimo e non si sa mai cosa possa succedere: si può morire per un colpo di sole o a causa di un’onda che ti fa cadere. Ecco perché sono sempre molto provati sia fisicamente che psicologicamente. C’è anche da dire che il popolo africano, in generale, sorride molto più di noi; perciò, nonostante tutto, hanno anche una reazione positiva all’essere sopravvissuti”.

Il Ramadan e i fedeli musulmani

Il 23 aprile è cominciato il Ramadan. Su come i fedeli musulmani possano affrontare tale festività durante la traversata in mare il Capitano afferma che “a discapito di quello che molto spesso si sente, ovvero ‘l’invasione musulmana’, la maggior parte delle persone che vengono soccorse sono cristiane. Per i musulmani la fede è qualcosa di individuale, ma quando c’è il Ramadan ho visto spesso un folto gruppo di persone pregare tutti assieme sulla nave e questa è un’immagine molto potente e bella, benché io sia ateo. Per quanto riguarda il digiuno, a bordo serviamo i pasti a orari prestabiliti perché, come accade anche in montagna, in mare ci si sveglia quando si alza il sole e si va a dormire quando fa buio. In generale, avere 200 persone a bordo vuol dire impiegare almeno 2 ore per distribuire i pasti. Non ricordo di aver dovuto gestire situazioni particolari; un paio di volte è successo che i fedeli musulmani durante il Ramadan ci abbiano detto «io mangio stasera» e noi abbiamo messo loro da parte il cibo”.

ONG e Covid-19

Sulla situazione delle ONG in relazione al Covid-19 il Comandante risponde che “c’è un problema logistico. Di solito la primavera è il periodo in cui le navi vengono portate in cantiere per fare manutenzione. Normalmente ci siamo sempre messi d’accordo con le altre ONG per fare la manutenzione a turni, in modo da non lasciare mai il mare. Ma adesso non è possibile spostarci e lavorare sulle navi. Inoltre non possiamo essere una via di contagio e quindi tutto l’equipaggio deve essere immune o non contagiato. Per questo anche noi siamo in quarantena. Spero di ripartire il prima possibile; anche le altre ONG sono per lo più tutte ferme per diversi motivi, tra cui anche la manutenzione”.

Il ruolo centrale delle mafie

Come riportato dal sito di Open Arms, durante il viaggio verso l’Europa 1 persona su 18 muore annegata in mare e più del 90% subisce violenze sessuali, fisiche e psicologiche. Per il capitano Gatti “il ruolo delle mafie nel traffico di esseri umani è fondamentale. Non solo le mafie libiche, ma anche quelle italiane. Mi pare abbastanza ovvio – chiarisce il Comandante – che fino a quando non si istituzionalizzano, in un modo chiaro e regolato, vie sicure dalla Libia, fino a quando non si liberano dalla Libia i migranti, fino a quando non si evacuano le zone più problematiche dove le persone muoiono, chi prenderà il sopravvento e chi guadagnerà da tutto questo saranno sempre i mafiosi. Le mafie esistono, devono essere combattute e io credo che il modo di contrastarle oggi sia abbastanza sbagliato, ovvero lo stringere degli accordi con degli autentici criminali. L’UE sta facendo accordi con i criminali, perciò non so fino a che punto si possa riuscire a ridurre il traffico di esseri umani quando si stipulano accordi con individui che non hanno nessun interesse in più di quello economico”.

L’UE e lo “scacco” della Turchia

Il problema – prosegue il Capitano – si è visto anche con Erdoğan. Egli ha ricevuto molti soldi e ne ha voluti sempre di più, e si sapeva che quei soldi sarebbero stati utilizzati per bombardare i Curdi, perché quello che Erdoğan sta facendo è una sorta di pulizia etnica. Quando i bombardamenti contro il popolo curdo sono cominciati, il presidente turco ha ricevuto alcune critiche pubbliche dai rappresenti dell’UE. Ma Erdoğan ha lasciato intendere chiaramente che se l’UE non avesse dimostrato il suo appoggio, o comunque non avesse smesso di criticarlo, avrebbe fatto arrivare in Europa più di 3milioni e mezzo di persone. In realtà non sono tanto i soldi a interessare: il vero interesse risiede nel potersi sedere al tavolo delle negoziazioni con una posizione di forza. A prescindere da quello che l’UE afferma, adesso chi ha ‘il coltello dalla parte del manico’ è proprio la Turchia”.

La “zona oscura” del Mediterraneo

L’11 aprile Alarm Phone ha reso noto alle autorità competenti le posizioni di tre barconi alla deriva che richiedevano immediato soccorso. Il 15 aprile il giornalista e inviato di Radio Radicale Sergio Scandura, dopo aver tracciato le rotte dei velivoli che sorvolavano lo scenario operativo, ha notato sullo schermo della piattaforma Flight Aware un messaggio di oscuramento governativo per Eagle1 e Osprey3, due velivoli di Frontex che sorvegliano il Canale di Sicilia alla ricerca di persone in mare. Sulla piattaforma Flight Aware è apparso infatti il messaggio “This aircraft is not available for live public tracking due to European government data rules” (Questo aereo non è disponibile per il monitoraggio pubblico in tempo reale a causa delle norme sui dati del governo europeo). Nello stesso giorno 56 persone sono state riportate in Libia a bordo di un peschereccio, tra di loro 5 corpi senza vita, mentre altre 7 persone risultavano disperse. “Come è possibile – si domanda Gatti – che queste informazioni vengano oscurate e non trasmesse alle navi che sono in mare e che potrebbero fornire soccorso, quando questo è un obbligo?”.

Irini e il soccorso in mare

Dal 1 aprile è partita la nuova operazione militare dell’UE denominata EUNAVFOR MED IRINI che sostituisce la precedente Sophia. Secondo Gatti la cosa più grave è che in entrambe le missioni “non è stato posto in primo piano il soccorso in mare: sia Sophia sia Irini non hanno avuto il mandato di soccorrere le persone. Ricordiamo che qualsiasi nave, imbarcazione o veicolo in mare ha l’obbligo di fare il possibile per prestare aiuto a chi si trovi in difficoltà, ed è questo il motivo per il quale sono state tolte le navi dell’operazione Sophia, perché erano obbligate a soccorrere e di conseguenza a portare le persone in un porto sicuro, che è l’Italia o Malta. I numeri di trafficanti arrestati sono molto bassi, ma questo non vuol dire che non ci debba essere un’operazione di lotta al traffico di persone. Gli aerei seguono spesso molto dall’alto le imbarcazioni, perciò non vengono neanche notati, e attraverso le immagini si capisce benissimo come venga gestito il traffico di persone. Solo in minima parte vi è il peschereccio che fa un certo numero di miglia per poi far sbarcare i migranti su di un’altra imbarcazione; normalmente il traffico di esseri umani viene gestito direttamente da terra, e a bordo delle imbarcazioni non ci sono trafficanti. Però, parallelamente all’investigazione, non vi sono soccorsi in mare. Dopo Mare nostrum non c’è più stata un’operazione governativa o intergovernativa: solo la Guardia costiera italiana ha proseguito, perché è un corpo di soccorso in mare”.

L’atteggiamento cieco delle istituzioni

“Il problema, riflette il Comandante, sia nella missione Sophia che nella missione Irini, oltre che nei discorsi di Frontex o di diversi Ministri degli Interni, è il voler continuare a dare credito al principio del pull-factor. È stato dimostrato a livello scientifico, da inchieste giornalistiche, da investigazioni, da studi universitari e da commissioni di indagine anche del Senato Italiano, che la teoria del pull-factor è infondata perché non vi è nessuna connessione fra la presenza di navi che soccorrono e le partenze dei migranti. Il principio del pull-factor, però, è stato utilizzato contro Mare nostrum, contro la Guardia costiera Italiana e contro le ONG e questo deve farci riflettere. Nel documento dell’operazione Irini è scritto che la missione continuerà ad andare avanti con la possibilità di cancellarla se dovesse essere riscontrato un ‘fattore di attrazione’. Questo, per me, rappresenta un atteggiamento cieco da parte delle istituzioni. In gioco ci sono interessi geopolitici grandissimi che coinvolgono la Libia, la Turchia, la Russia, gli italiani e i francesi, i pozzi petroliferi dell’Eni. Perché non c’è un’azione di soccorso in mare quando umanamente, logicamente e anche a livello normativo questo è un obbligo? Probabilmente ci sono interessi nel non farlo”.

I trafficanti di armi e la Libia

Per Gatti, i trafficanti con tutta probabilità non utilizzeranno a proprio vantaggio la clausola del pull-factor, poiché essi “si muovono ad altri livelli. Le persone bisognose continueranno sempre a partire. In questi anni non ho mai assistito a una diminuzione dei flussi, semmai a una diminuzione di arrivi in Italia per i porti chiusi o perché la Guardia costiera libica riporta indietro i migranti. Le partenze, di base, variano a seconda del buono o del brutto tempo”. Nemmeno il denaro blocca i trafficanti: “quando ci sono stati i primi accordi con la Libia con la prima tranche di 200milioni di euro, sono partite più di 6mila persone a circa 90 miglia da Tripoli. In Libia i migranti vengono utilizzati per far pressioni sull’UE ma, a differenza della Turchia, il sistema non è strutturato perché non è in mano a una sola persona: è gestito da molte famiglie e da differenti clan con interessi diversi, perciò è così ingestibile”.

L’aiuto europeo alla Guardia costiera libica

Sull’aiuto europeo nella formazione della Guardia costiera libica, incluso negli scopi della missione Irini, il Comandante commenta che “questo non è assolutamente giusto. Non puoi mettere in mare una Guardia costiera che, in realtà, è formata dalle milizie e dagli stessi trafficanti. Spesso i migranti vengono riportarti indietro dalla Guardia costiera libica per poi essere reinseriti nello stesso traffico. Abbiamo soccorso persone che erano partite 3 o 4 volte, e ogni volta erano stati costretti a tornare indietro. Noi abbiamo avuto queste informazioni direttamente da loro: «guarda che quei miliziani lì sono gli stessi trafficanti o sono le stesse persone che ci vendono ai trafficanti». Tutto questo non era corretto all’inizio, meno ancora adesso. Intanto – denuncia Gatti –  l’Italia ha firmato accordi per fornire altre motovedette da mandare in Libia (con un appalto da 1,6 milioni di euro per sei imbarcazioni destinate alla Polizia libica, Ndr); i soldi vengono investiti utilizzando il Fondo fiduciario di emergenza dell’UE per l’Africa. Fabrice Leggeri, il direttore di Frontex, sull’appoggio alla Guardia costiera libica ha dichiarato che quello che si sta facendo sono dei ‘corsi di diritti umani’: in questo modo i miliziani dovrebbero trattare meglio i migranti che intercettano. Ma nella società libica, anche al tempo di Gheddafi, i neri erano ‘gli schiavi’, perciò il voler appoggiare la Guardia costiera libica è qualcosa di strumentale ad altri obbiettivi: si vuole che i migranti non arrivino in Italia e in Europa a qualsiasi costo”. Nel contempo, come si legge in un comunicato stampa dell’Unione Europea, in un dibattito in seno al Comitato per le libertà civili con i rappresentanti della Commissione, Frontex, UNHCR, il Consiglio d’Europa e le ONG, la maggioranza dei deputati ha insistito sul fatto che la Libia non è da ritenersi un Paese sicuro per lo sbarco di persone soccorse in mare e ha chiesto che la cooperazione con la Guardia costiera libica si fermi.

L’indisponibilità fasulla dell’Italia

Nell’ambito dell’operazione Irini la Grecia ha mostrato la sua disponibilità ad accogliere i migranti mentre l’Italia, a causa del Covid-19, no. “L’indisponibilità dell’Italia è qualcosa di fasullo. Chi lavora sul campo – fa notare Gatti –, come Emergency, ha dichiarato chiaramente che la situazione degli sbarchi in Italia, nonostante il Covid-19, potrebbe essere gestita in un modo molto tranquillo che non creerebbe alcun problema. Ovviamente, le persone che scendono dalle imbarcazioni devono essere confinate, cosa che tra l’altro si è sempre fatta negli sbarchi anche prima del Covid-19. Inoltre, fino a ora mi pare che nessuna delle persone arrivate attraverso le ONG sia risultata positiva al Coronavirus. Io credo, invece, che si sia voluta cogliere la palla al balzo”.

Una Grecia sottomessa

“La disponibilità della Grecia nell’accogliere i migranti, son sicuro che non sia vera disponibilità. La Grecia è sotto un obbligo tremendo: dobbiamo ricordarci che quando stava dimostrando un po’ di ribellione ai dettami europei, durante ‘il periodo Varoufakīs’, è stata sottomessa. Oggi la Grecia è totalmente succube, o totalmente vittima, del comportamento oppressivo dell’UE; per questo motivo non dice mai niente, perché non può dire niente. Tra l’altro il governo non è apertamente pro migranti. Sicuramente c’è un obbligo, in cambio di soldi; ma se questo obbligo non venisse accettato i greci sarebbero nuovamente distrutti come è già stato fatto. Inoltre, le informazioni sulla Grecia, anche a livello di Covid-19, scarseggiano in Italia, non se ne sa molto. Ma quali sono le reali condizioni della popolazione greca? Io ad Atene ci sono stato, lì ho degli amici e loro mi hanno portato a vedere situazioni che sono realmente di emergenza sociale: vi sono tantissime persone che vivono per strada, che fanno uso eroina o di crack e la prostituzione dilaga. I migranti vengono bloccati in una società che è divenuta molto povera. Moria, un campo per rifugiati preparato per 3mila persone ne ospita 22mila. Di tutto questo si sa relativamente poco, e quello che si conosce il più delle volte è per merito delle ONG. Perciò siamo sicuri che la Grecia sia davvero un porto sicuro per le persone? Io credo, in base alla mia esperienza e a quello che conosco, che se comparassimo la situazione greca con quella italiana risulterebbe molto peggiore la situazione greca. Però – conclude – poichè l’Italia in Europa, a livello contrattuale, ha un potere più alto rispetto alla Grecia, quest’ultima è costretta a tacere mentre l’Italia può, seppur debolmente, opporsi”. 

Vincenzo Lombardo(5 Maggio 2020)

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