Accoglienza al Festival Sabir: parla Gianfranco Schiavone di ICS

Il governo sta attivando dei processi giuridici che ostacolano la costruzione di un sistema unico di accoglienza, in grado di togliere dalla precarietà migliaia di richiedenti asilo. Dal confine sloveno alla tragedia di Cutro tutto ciò appare sempre più evidente

Il Festival Sabir 2023 a Trieste

Trieste, la città di frontiera più a nord-est del nostro stivale, dall’11 al 13 giugno ha ospitato la  nona edizione del Festival Sabir, evento diffuso e spazio di riflessioni sulle culture mediterranee promosso dal 2014 da ARCI e Caritas Italiana, ACLI e CGIL, con la collaborazione di ASGI e Carta di Roma. Come spiegano gli organizzatori:
«Quest’anno abbiamo scelto Trieste perché crediamo importante essere alle porte di un’altra delle violente frontiere dell’Europa, per ribadire la nostra contrarietà a politiche che non rispettino i diritti e le libertà fondamentali delle persone. Allo stesso tempo, la situazione nei Paesi dell’area mediterranea e nella regione balcanica continua a evolversi e troppo spesso viene ignorata o piegata agli interessi della nostra politica interna di fronte all’opinione pubblica».
Durante il Festival, oltre alle svariate coferenze e dibattiti, mostre e spettacoli, ci si è posti l’obiettivo di promuovere iniziative della società civile che potessero incentivare vie d’accesso legali come i corridoi umanitari. Il 13 maggio, infatti, è stata convocata la prima “Marcia contro i muri e per l’accoglienza” alla frontiera tra Slovenia e Italia.
Negli ultimi mesi l’Italia ha messo in campo nuovi strumenti legali e paralegali per gestire l’emergenza dei migranti. La conversione in legge del Decreto Cutro ne è un esempio: non solo il testo del Decreto in sé smantella alcune delle garanzie che negli anni sono state date ai richiedenti asilo, ma anche – in un senso più ampio – la comunicazione che il governo ha fatto di questa nuova legge è stata molto criptica e non sempre veritiera
Sulla riflessione sull’accoglienza messa in campo durante il Festival, si basa l’intervista  a Gianfranco Schiavone – relatore del festival, Presidente del Consorzio Italiano di Solidarietà, ex vice presidente dell’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione.

Iniziando dal Festival quali sono i temi sui quali è intervenuto?

Da un lato, abbiamo dialogato riguardo la rotta balcanica e la procedura per l’accesso nel territorio italiano. Dall’altro, in un focus specifico abbiamo analizzato la riforma introdotta dal Decreto Cutro soprattutto in relazione all’accesso all’asilo e alla protezione speciale.
La rotta balcanica, in primo luogo, è stata il filo conduttore di tutto il festival anche e soprattutto per la scelta simbolica della città che ha ospitato il festival e della sua posizione geografica. Quello che abbiamo sottolineato è che questo confine è interno all’Unione Europea e continua ad essere un confine agitato da molte tensioni e spinte politiche a violare le normative vigenti. Faccio riferimento soprattutto alla questione sollevata, o meglio ai dati rilevati da Altreconomia sulle riammissioni di centinaia di persone che sono state tentate in Slovenia tra dicembre 2022 e febbraio 2023. In quel periodo, il governo di Trieste in evidente esecuzione di ordini ministeriali ha cercato di rinviare per l’ennesima volta in Slovenia molti stranieri, pur trattandosi di – come emerge dai dati pubblicati dal Ministero stesso e da Altreconomia – rifugiati, in gran parte afghani la cui domanda d’asilo è stata sostanzialmente ignorata dall’Italia. E’ stato il maggiore rigore normativo sloveno ad evitare che ci fosse l’ennesimo scandalo, come invece è accaduto nel 2020. A differenza del 2020, però, il governo italiano non sosteneva l’assurda tesi che si potesse riammettere anche richiedenti asilo, ma ha scelto un’altra strategia di bassissimo profilo: sostenere che questi stranieri non fossero richiedenti asilo.  Rimane chiaro che si trattava di una forzatura che è stata attuata grazie al fatto che molti afghani non vogliono rimanere in Italia. Siamo ancora percepiti come un paese di transito anche se l’opinione pubblica italiana non pensa che sia così. Cosa è successo: in questa frontiera italo-slovena i cittadini afghani hanno manifestato con assoluta evidenza ed urgenza la volontà di chiedere asilo e quando gli veniva chiesto se volessero raggiungere altri paesi europei rispondevano di sì. A quel punto, il sì creava il pretesto che si trattasse di stranieri che non avevano bisogno di asilo e di nessun’altra forma di protezione. Questa vicenda si è fortunatamente spenta a marzo di quest’anno con le riammissioni che non sono avvenute e non sono più nemmeno state tentate. La situazione, tuttavia, rende evidente un rispetto delle normative che può sparire da un momento all’altro. Come se la situazione della frontiera fosse sempre liquida, dove lo stato di diritto c’è, non c’è; scompare e ricompare. Questo è il motivo per cui si è voluto chiudere il Festival con la marcia tranconfinaria: una marcia dalla Slovenia che poi è arrivata in Italia e ha scelto uno dei sentieri più battuti dai migranti, cioè la zona a sud est di Trieste, la Val Rosandra.

Foto di Pixabay

Con la conversione in legge del Decreto Cutro, la migrazione verso l’Italia diventa ancora più pericolosa: quali cambiamenti sono previsti e con che conseguenze?

Il governo non ha messo mano a quello che doveva essere uno dei cambiamenti più rilevanti dopo la tragedia di Cutro, cioè come assicurare dei canali d’ingresso protetti per rifugiati che fuggono dalle situazioni più pericolose del mondo. Vengono lodati i corridoi umanitari? I corridoi li fanno gli enti privati. Infatti, il governo italiano non ha previsto nessun piano pubblico di ingressi protetti, nessuna adesione ai programmi europei di reinserimento, nessun chiarimento sulle procedure attraverso le quali – in attuazione del trattato di Schengen – si prevedono i visti umanitari che consinterebbero anche ai singoli di venire in Italia per ragioni umanitarie.

Su cosa ha agito invece il Governo?

Ha fatto tutto sul versante della restrizione dei diritti: in primo luogo ha cercato, senza riuscirci del tutto, di restringere la protezione speciale. A dire la verità ha cercato di cancellarla: in Parlamento a un certo punto gli emendamenti depositati dalla maggioranza, parlavano di vera e propria cancellazione. Poi, probabilmente con un intervento non formale e non pubblico proveniente dal Quirinale, alcuni degli emendamenti più estremi sono stati ritirati. Quindi il quadro attuale vede una protezione speciale che semplicemente è scritta peggio. Sono stati tolti dei paragrafi che stabilivano dei criteri in base ai quali analizzare le domande, riguardanti soprattutto il radicamento sociale degli stranieri in Italia e la loro vita famigliare; questo elemento si riferiva all’art. 8 della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo. Tutto questo è ancora vigente, ma le commissioni territoriali per l’asilo che esaminano le domande hanno meno parametri di riferimento indicati dalla legge, quindi aumenterà la discrezionalità amministrativa e il contenzioso dei tribunali. L’obiettivo politico del governo sembra essere poter in futuro pubblicare dei dati dicendo “vedete noi abbiamo diminuito il numero dei riconoscimenti” quando, in realtà, hanno solo precarizzato la vita di molte persone, intasando ulteriormente la macchina giudiziaria.
Il secondo peggioramento si può registrare, invece, nel sistema di accoglienza su due fronti. Il primo è quello di togliere i richiedenti asilo dal SAI (Sistema di Accoglienza e Integrazione) – l’ex SPRAR – cioè quel sistema che prevede per legge che l’accoglienza venga attuata dagli enti locali. Questa sospensione è già avvenuta nel 2018 con il primo Decreto Sicurezza: anche allora allo SPRAR fu negata la possibilità di accogliere i richiedenti asilo, i quali dovevano finire nei centri prefettizi. Poi è stato ripristinato dalla legge 173 del 2020. Oggi si torna a destrutturarlo e a toglierli una quota di beneficiari. Qual è la logica di questo creare e distruggere incessantemente? Non si comprende, se non facendo ipotesi pesanti: che dietro ci sia  la volontà di non creare mai un sistema di accoglienza in Italia e di mantenerlo eternamente in uno stato emergenziale. Quindi caos e incertezza così che la macchina della paura possa andare a pieno regime. Era evidente a tutti che la strada del sistema unico del SAI era l’alternativa migliore in assoluto: crea l’inserimento sociale dei richiedenti asilo sin dall’inizio, evita grandi concentrazioni nei centri prefettizi che di solito sono caserme, strutture di ghetizzazione e marginalizzazione dismesse.

Cosa succederà dunque all’interno del SAI?

Sicuramente l’invio di tutti i richiedenti asilo nei CAS, e qui arriviamo alla seconda questione particolarmente grave. L’attuale legge prevede anche di allargare a dismisura le ipotesi di trattenimento del richiedente asilo. Un ipotesi secondo cui i richiedenti asilo vengono inviati ai centri chiusi, cioè una riforma che mette al centro l’utilizzo degli hotspot, i quali vengono venduti all’opinione pubblica come centri di prima accoglienza. Hotspot significa punto caldo e nessuno dei cittadini che ascolta capisce che non si parla di centri d’accoglienza aperti, ma di quelli chiusi. È messo in campo dunque un gioco semantico per non fare capire nulla di quello che si sta facendo: rinchiudere il maggior numero di richiedenti asilo negli hotspot ed esaminare la loro domanda con procedure accelerate. Altro gioco linguistico: la procedura accelerata, infatti, implica delle garanzie inferiori. Tutto ciò con l’obiettivo di aumentare i dinieghi per dimostrare che si è riuscito ad abbassare i numeri, aumentando però gli irregolari perché difficilmente le persone di cui stiamo parlando non resteranno in Italia.

Qual è la strategia comunicativa del governo rispetto al tema dell’accoglienza? E come si può evitare di incorrere nelle famose fake news?

È opportuno dire subito che il Decreto Cutro è stato per molti aspetti un grande gioco comunicativo, alcune cose sono state annunciate senza essere mai realizzate. Alcuni pensano che sia stata fatta una riforma riguardante l’ampliamento dei canali di ingressi per lavoro, ma nessuna riforma è stata fatta. Le modifiche sono state minime. Altro esempio è l’idea di fare i canali di ingresso protetti, ma che non ci sono e che il governo non sta facendo. Oppure ancora come sia estremamente necessario limitare l’operato delle ONG,  essendo però in realtà impossibile perché gli obblighi internazionali impongono un dovere di soccorso in mare. Quasi tutte le riforme degli ultimi mesi hanno come finalità, non di regolare l’immigrazione e l’asilo, ma quello di destrutturare l’accoglienza. D’altronde, tornando all’inizio, la stessa vicenda del confine triestino lo racconta bene. Si parlava di “riammissioni informali” ma non funziona così: si trattava di respingimenti a tutti gli effetti, anche perché informale non assume una connotazione positiva, anzi è un modo per coprire una gravissima irregolarità, cioè che questi allontanamenti e respingimenti venissero fatti in totale assenza di provvedimenti scritti, che è uno dei principi dello stato di diritto. Ogni azione svolta su chiunque, italiano o straniero, passa attraverso un provvedimento scritto e motivato. Ecco io credo sia questo il cuore della politica sull’immigrazione in Italia del governo attuale. Giocano sull’equivoco, sulla povertà della comunicazione e sul fatto che poi diventi necessario far riferimento a una stampa specialistica per capire queste cose. È lanciare parole d’ordine e poi di fatto fare altro.
Di conseguenza, l’approccio con cui informarsi oggi è quello di smontare la notizia, non qualche volta ma in questi tempi sempre. Non dobbiamo solo essere critici, ma partire dal presupposto che l’informazione potrebbe essere riportata in maniera ingannevole. In quest’ottica aiuta fare il confronto delle fonti e dare spazio a quella che è la stampa fuori dai circuiti mainstream, perché è molto più facile trovare informazioni correte sui piccoli giornali online oppure sulle fonti di informazione che seguono l’associazionismo. Non bisogna pensare che siano di parte: in realtà sono molto meno di parte del governo, che in questo caso è tendenzialmente mistificatorio.

 

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Secondo lei, come cambierà nei prossimi tempi l’accoglienza in Italia e in Europa?

Si può immaginare un’evoluzione molto negativa: di un’accoglienza che è sempre più un parcheggio, segregazione e sempre più procedure di dissuasione anche nella presentazione delle domande di asilo. Allo stesso tempo, però, credo anche che una serie di proposte di normative siano così estreme e produttrici di aspetti insensati e violenti, da creare disordine e problemi sociali tanto da portare a un esito inaspettato. Cioè che risulti sempre più evidente il fallimento di queste politiche a fronte di un paese che invece deve investire sull’integrazione sociale dei migranti, se non altro per la nostra carenza di manodopera in moltissimi settori e per la questione del nostro declino demografico. Ad un certo punto il nostro governo dovrà venire a patti con la sua stessa ideologia, che oltre essere contrastante con i diritti fondamentali delle persone, è in contrasto con il paese. Al momento questo non è evidente per la gran parte dell’elettorato, ma potrebbe diventarlo anche in tempi non troppo lunghi.
Per quanto riguarda l’Unione Europea non vedo nessun tipo di percorso utile in questo momento, perché la sua politica è focalizzata sulla chiusura, dunque non ha svolto nessun ruolo positivo. Però bisogna tener conto che stiamo andando verso la fine di questa legislatura tra pochi mesi, certo, qualcosa può ancora succedere e delle riforme aperte potrebbero ancora realizzarsi.
Molti osservatori, tuttavia, dicono che alcune proposte di cambiamento – spesso negative – riguardanti il Patto Europeo per l’Immigrazione e l’Asilo in questa legislatura non avverranno. Per cui anche questa legislatura si chiuderà con un sostanziale fallimento della politica europea, almeno sui punti più rilevanti: una riforma che porti a un principio di solidarietà e di equa ripartizione delle responsabilità tra i paesi nella gestione dell’asilo. Inoltre, è necessaria un’armonizzazione delle misure sostanziali con le quali si accolgono i richiedenti d’asilo in Europa.
Oggi i diversi paesi hanno delle normative totalmente differenziate e questo elemento influisce negativamente sui movimenti secondari all’interno del territorio europeo, per permettere ai migranti di allontanarsi da paesi in cui nessuno oggetivamente vorrebbe rimanere per la loro ostilità politica e sociale, tanto evidenti da diventare un deterrente. Questi sono i grandi temi che l’UE avrebbe dovuto affrontare in questa legislatura ma non l’ha fatto.

Festival Sabir

Sabrina Aidi
(19 maggio 2023)

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