“Voragini”, Barbara Schiavulli racconta la guerra

“Voragini” è l’ultimo libro di Barbara Schiavulli, racconta la guerra attraverso gli occhi di chi la vive.

Barbara non ha mai avuto dubbi su quello che avrebbe fatto da grande, “Alle medie dicevo ai miei amici che volevo fare l’inviata di guerra, mi prendevano in giro”. Invece, è quello che ha fatto da quando, giovanissima, le è stato chiesto di intervistare Yasser Arafat.

La passione per i reportages di guerra

La passione nasce grazie ai genitori, una madre “marrone”, come dice lei, nata a Trinidad, cresciuta negli Stati Uniti, che le dice “Tu non entrerai in Sudafrica perché sei beige”, a dieci anni Barbara capisce che esiste l’ingiustizia. L’amore per il giornalismo le viene trasmesso dal padre. Si appassiona ai reportages di guerra, “Martha Gellhorn scriveva come avrei voluto scrivere io”.

A 24 anni Barbara, va a Ramallah per intervistare Yasser Arafat, doveva stare pochi giorni, è rimasta quattro anni. Nella voce lo stesso entusiasmo di allora “Mi ci sono fiondata, un’occasione unica”. Arafat e il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin avevano firmato da poco gli accordi di Oslo, settembre 1993.
Che impressione hai avuto quando ti sei trovata davanti al capo della resistenza palestinese?  “Ero una giovane giornalista, Arafat era un simbolo, un personaggio storico. Ho avuto modo di incontrarlo ancora, in realtà era un uomo mite e viveva in modo frugale”.

Da quella prima intervista, come è cambiato il tuo modo di fare giornalismo?
“All’inizio intervisto i generali, i leaders, piano piano l’interesse è cambiato, mi appassiono alla gente, voglio raccontare la resistenza delle persone, la forza delle donne. In Paesi dove c’è la guerra e dove tutte hanno molti figli, è la donna che deve mantenere la famiglia, che subisce la violenza dello stupro però le donne vanno avanti lo stesso, alla fine solo loro le più forti”.
Anziani, donne, bambini, sono i fragili che interessano Barbara, “Ognuno deve e può fare il suo”, su questo non ha dubbi “il male è l’indifferenza”.

Il punto di rottura, il colpo di Stato dei talebani a Kabul

Quando e quale è stato allora il punto di rottura?
“Avevo sempre creduto che raccontare fosse un atto di giustizia”, scrive Barbara in Voragini, nel 2021 si rende conto che non è più vero.
“Il 15 agosto 2021, poco dopo il Covid, ero a Kabul quando c’è stato il colpo di Stato dei talebani, in un attimo tutti i diritti delle donne sono stati cancellati”, tutto è successo senza che nessuno dicesse o facesse qualcosa. Barbara decide di mettere giù la penna e inizia a  collaborare con le organizzazioni umanitarie per evacuare quante più donne sia possibile, 150mila in pochi giorni, 5000 arrivano in Italia; ora, dice “l’Europa vorrebbe rimandarle in Afghanistan”, è la fine dell’etica. Il vero dramma è l’indifferenza,“Non sanno che potrebbe succedere anche a noi”.

In Voragini Yael, la donna del kibbutz, una delle vittime israeliane del 7 ottobre 2023, afferma “L’odio non è una scorciatoia per spiegare la paura”, ti è stato detto da una donna israeliana?
“Questa è la storia di alcune donne che ho incontrato, vivevano nei kibbutz di fronte a Gaza, avevano imparato a conoscere i Gazawi, ci sono state esperienze di scambio e convivenza, piccoli progetti di pace possibile, ci sono persone che sanno che per sopravvivere bisogna cancellare l’occupazione, così cancelli anche Hamas, devi arrivare a poter convivere in uno Stato per due. Ci sono donne palestinesi che la pensano allo stesso modo”.

Nella mente dei carnefici, il libero arbitrio

Indaghi la mente di Noam, il colono, e del soldato dell’IDF, entrambi addestrati a distruggere il nemico, l’uno considera gli olivi non come alberi ma come “radici del nemico” che devono essere tagliate, l’altro a disumanizzare sia l’anziano arabo palestinese che è un tutt’uno con la sua terra che il bambino, paragonato ad un cane alla mercè del cibo che viene loro dato,  ucciso con un colpo secco, un “codice errato” o “movimento” da fermare, cerchi di spiegare cosa accade nella loro menti, non rischi di bandire il libero arbitrio?
“Il soldato e il colono sono stati creati da una procedura scientifica, li hanno cresciuti pronti a morire per difendere quello in cui credono, quando addestri un’intera popolazione il libero arbitrio è limitato sono delle macchine ma questo non le assolve. Sono sempre in grado di vedere cosa sia la violenza; la guerra in Iraq ha causato 200 mila casi di sindrome post traumatica nei soldati; non ci sarebbero 20 soldati israeliani che si sono suicidati; per quanto sei addestrato non sei una macchina, non salvo nessuno nemmeno quelli di Hamas, rilevo che c’è stato un percorso e una regia ma che restiamo umani”.

Adrenalina e distanza per continuare a scrivere

C’è una forma di narcisismo nel giornalista che scegli di fare l’inviato di guerra, essere dove altri non sono, immagini una vita senza adrenalina?
“Chi scrive come me raramente viene conosciuto più di tanto, quello che invece percepisco perché la vivo è l’adrenalina, quella ce l’hai immediatamente, io a 24 anni, ho fatto partorire una donna al check point perché il soldato dell’IDF l’aveva bloccata, l’adrenalina ti sale a palla, ancora di più per i fotografi, la senti la vivi, alcuni ne diventano succubi, altri imparano a gestirla, anche qui c’è una differenza fra uomini e donne, le donne la gestiscono, significa non andare nel panico; altra cosa è il distacco, senza quello non potrei scrivere quello che vedo, ad esempio raccontare l’amputazione di un arto fatta ad un bambino senza anestesia”.

Hai mai avuto paura?
“Paura non proprio, sono stata preoccupata, ero al decimo piano di un albergo in Iraq, un camion bomba è entrato nella hall ammazzando alcune persone, poteva venir giù tutto l’edificio. Ho pensato che dovessi avvisare i miei, poi di scendere per andare ad aiutare quelli di sotto. Non ho mai pensato di smettere, come diceva un vecchio giornalista: devi portare a casa il pezzo, se non lo porti hai fallito.
Una volta i giornalisti non si toccavano come la Croce Rossa, oggi non è più così, dal 2000, con la guerra in Iraq è diventato sistema, hanno capito che il giornalista era una pedina del gioco. Nel 2005, ero l’unica giornalista italiana in Iraq, a mio rischio e pericolo, i giornalisti italiani sono tornati dopo il 2010, ogni tanto chiamavano i servizi segreti per sapere come stavo e c’erano i colleghi internazionali, mi vestivo come una sciita, mi confondevo con le donne locali”.

Dal rientro in Italia alla fondazione di Radio Bullets

“Il lavoro del free lance è dannato devi lottare per ogni cosa anche per essere pagato” continua Barbara, “È stato il motivo per cui – nel 2014 – ho fondato Radio Bullets, una testata giornalistica on line, ogni mattina c’è un notiziario, ci sono reportages, approfondimenti, podcast”. Radio Bullets non lascia indietro nessuna notizia, le elezioni in Perù, il terremoto in Venezuela ma anche la vicenda della donna francese detenuta dal marito in casa per 12 anni in Pakistan, insieme ai cinque figli.

Dal giornalismo ai libri, un cambio di registro

“Le parole mi curano” dice Barbara “ancora adesso imparo, cambia tutto, cambio io, scrivo pezzi giornalistici che richiedono distacco, quando scrivo libri sono molto più libera, sono cambi di registro”

In Voragini denunci una sorte di overdose di notizie, di immagini, le immagini a volte si sovrappongono, non credi che ci sia un eccesso di informazione?
“Per fortuna che le immagini sono arrivate, siamo riusciti a vedere cosa è successo a Gaza, purtroppo, non ha fatto alcuna differenza però la gente non può dire di non aver visto, di non sapere; come si fa a dosare l’informazione, chi lo decide? Ad esempio, sul Darfur nessuno o pochi sanno. Il problema è l’indifferenza e non è una forma difesa e da cosa poi? Non c’è reazione, è la fine di un’etica, prima si scendeva in piazza per le balene, io scrivo perché non so cosa altro fare”.

Hai sempre fame di stare in posti diversi, cosa succede quando stai a casa?
In realtà sono molto tranquilla, ho i miei amici, mi chiedono di andare in tantissime scuole, di solito le superiori, cerco di far capire ai ragazzi cosa sia la guerra e quanto sia importante costruire la pace, puoi avere ragione ma la guerra non è la soluzione.

Il tuo prossimo obiettivo?
Ci pensa un secondo, “Il mio obiettivo ora è una casetta nel bosco…. con un laghetto”

Livia Gorini
(3 luglio 2026)

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