Senzatetto 2026: tra accoglienza freddo e censimento

A fianco alla stazione Ostiense, ogni sera intorno alle 20, un gruppo di volontari, appartenenti ad associazioni diverse, distribuisce un pasto ed una bevanda calda ai senza tetto. Qualcuno degli habituée della zona comincia a sostare nel punto della distribuzione, ormai noto. Il sabato sera è di turno Per la Strada, associazione di volontariato nata 25 anni fa come unità di strada notturna, per la prima assistenza ai senzatetto. Venti gruppi, 350 volontari, che la sera di sabato e domenica distribuiscono la cena, alla Stazione Termini ed a Ostiense, a chi vive per strada.

Un sabato sera con i volontari di Per la strada

La serata è fredda ma non piove, la fila si forma velocemente, controllata da uno dei volontari che ha un’esperienza di anni con la variegata popolazione di Ostiense e sa come gestirla e tranquillizzarla. Molti li conosce personalmente perché vengono da tempo e fanno il giro lungo, per ritirare il pasto, almeno due volte. “Sono finiti i pasti caldi, a me i panini non piacciono” esordisce, contrariato, Mamadou*, un ragazzo del Senegal. “Sono bene imbottiti” lo informa Giovanni, addetto alla distribuzione, ”Stasera avevamo 113 pasti caldi ma dopo poco più di un’ora sono terminati tutti” racconta. Alla fine della serata, infatti, si conterà il passaggio di almeno 120 persone.

Le voci dei senza dimora

Mamadou abita da amici sulla Laurentina, “passo qui per il pasto della sera, da poco più di un mese. Ho perso il lavoro, lavoravo come custode in uno stabilimento e per il momento mi arrangio così” parla bene l’italiano e ha un atteggiamento dignitoso e rispettoso verso i volontari, come quasi tutti i presenti. Molti consumano la cena sul posto, altri se lo portano a casa, se ne hanno una. “Io dormo da 10 anni in auto, poco distante da qui” racconta Mario*, un signore romano di 72 anni. Mario ha voglia di parlare, al contrario di altri italiani, pure presenti, che appaiono timorosi di uscire allo scoperto, di mostrare la loro fragilità. “Ho litigato con la mia famiglia, per una questione d’eredità. Mia mamma e le mie sorelle non mi hanno voluto più parlare. Da allora, sono passati 14 anni, ho perso il lavoro ed ho dovuto affrontare una separazione ed un divorzio senza avere soldi né il sostegno dei miei famigliari. La mattina vado in parrocchia a fare qualche lavoretto e rimedio il pranzo e la sera vengo sempre qui.” Racconta tutto d’un fiato, con una tranquillità che colpisce, sembra ormai rassegnato ad un presente così duro. Un altro signore italiano, ben vestito, fermo con la valigia al fianco ed il pasto caldo in mano, non ha piacere di parlare “Sono di passaggio e mi sono fermato a consumare la cena” dice con lo sguardo basso. Invece Anna*, che non ha neppure quarant’anni, sta commentando con i suoi amici, poco distanti dal tavolo, la qualità della pasta e fagioli, nel contenitore di alluminio che ha tra le mani.  “Questo è il pasto migliore della settimana, ogni giorno c’è un’associazione diversa, quella del giovedì è la peggiore, serve delle cose immangiabili” asserisce seria. “ Io ce l’ho la casa“ continua Anna, “Sta qui vicino, è una casa popolare e mi mantengo con la Naspi, l’indennità di disoccupazione, però a mangiare vengo qui.” Le associazioni di volontariato non chiedono alle persone la dichiarazione dei redditi, né la carta d’identità. Tutti possono ritirare un pasto caldo. Sta alla correttezza delle persone non approfittarne. “Io facevo l’informatico, ho perso il lavoro, nei primi giorni della pandemia di Covid. Una mattina sono arrivato davanti alla porta dove lavoravo, ho provato ad aprire ma la chiave non girava più nella toppa. Quando sono riuscito a parlare con un collega mi è stato detto che l’ufficio era chiuso e che il mio contratto era stato interrotto” racconta Azad*, un uomo curdo di 40 anni, da 18 anni in Italia. “Da allora ho perso tutto, il lavoro, il permesso di soggiorno, l’alloggio. Ora mangio qui e la notte questa è la mia casa” dice allungando la mano, ad indicare il piazzale della stazione Ostiense.
*(tutti i nomi degli intervistati sono di fantasia)

I numeri, la tipologia, la vita dei senza dimora: parla Antonella Trezzani

“Negli anni la situazione è parecchio cambiata” esordisce Antonella Trezzani, del direttivo dell’associazione, “noi copriamo il sabato alla stazione Ostiense e la domenica a Termini, lato via Marsala, quello più tranquillo. La postazione è la stessa per tutte le associazioni che fanno parte del Forum di coordinamento, un Tavolo presieduto dal Comune di Roma, a cui partecipa la stessa Stazione Termini” spiega Antonella. “Con il tempo i volontari sono tutti invecchiati e non c’è stato l’atteso ricambio generazionale, però anche i numeri delle persone senza dimora che vengono a ritirare i pasti sono calati; soprattutto a Termini: nel periodo pre-Covid arrivavano, ogni sera, tra i 120 e le 150 persone, adesso al massimo ne arrivano 80” prosegue Antonella. Quali sono i motivi di questa drastica diminuzione? “Anni fa le persone indigenti dormivano a Termini, in via Marsala, nel sottopasso tra via Marsala e via Giolitti che  ora è stato totalmente murato, oggi la stazione Termini, soprattutto dopo gli ultimi fatti violenti, è presidiata dalle forze dell’Ordine, il fatto che ci sia tanta polizia ha fatto diminuire la presenza dei ragazzi africani.” Dove sono finiti gli indigenti? “Loro cercano di stare la sera nel posto dove dormiranno, quindi in molti si sono spostati, alcuni dormono alla Caritas o in posti di fortuna, alcuni hanno un alloggio proprio, vengono perché non hanno i soldi per mangiare. Chi sono i vostri utenti? Tra i nostri utenti ci sono anche degli italiani, persone assolutamente normali che si sono impoveriti al punto tale che non arrivano a fine mese, passano per prendere da mangiare e lo portano via. I barboni ci sono ancora, ma sono relativamente di meno.”

La tipologia degli utenti è diversa ad Ostiense? “Ad Ostiense i numeri sono rimasti costanti, forse anche perché la polizia non c’è mai” racconta ancora la volontaria. “Le persone che si mettono in fila per ritirare un pasto caldo sono in media tra gli 80 ed i 120, quindi anche noi siamo di più, di solito una decina, ed abbiamo un servizio d’ordine per tenerli tranquilli e far scorrere la fila.” Che età hanno le persone? “ Gli africani sono tutti giovani, poi c’è una fascia di mezza età tra i 40 e i 50 che sono i più numerosi, sia italiani che europei, gli europei forse sono gli utenti più numerosi insieme ai nord africani, e poi ci sono gli anziani, soprattutto italiani. Le donne sono poche, su 50 persone, sono al massimo una decina, ad Ostiense il numero degli uomini è ancora maggiore.” Cosa comprende la distribuzione? Quasi sempre un primo caldo, oppure un panino, una frutta, un dolce e una bevanda calda.” Cosa chiedono le persone, oltre che essere sfamati? “Chiedono coperte, vestiti, vogliono però più che altro parlare, hanno bisogno di socializzare, di trovare chi li ascolta, ci raccontano che hanno perso il lavoro o ci chiedono riferimenti utili, noi li indirizziamo dove possiamo. Ma più di tutto hanno bisogno di un sorriso, una battuta. Mangiano e restano intorno, per chiacchierare e noi siamo lì anche per quello, hanno bisogno soprattutto di essere visti.

L’emergenza freddo: dal Welcome Center al Comune di Roma

“Le stazioni, d’inverno soprattutto, diventano un luogo di assembramento dei senza tetto e della marginalità sociale” racconta Andrea Costa di Baobab Experience, che con altre associazioni del Municipio II ha dato vita al Welcome Center, nel piazzale della stazione Tiburtina. “A Roma le ultime stime parlano di circa 8000 persone senza tetto, numero destinato a crescere visto l’aumento della povertà nella nostra città e nel nostro Paese. Quest’anno, va detto che la nuova giunta ha provato ad arginare il fenomeno, con le Tensostrutture, favorendo l’operato delle associazioni che agiscono nel mondo della solidarietà ma, visti i numeri, non sono sufficienti.” Poi continua “Però quest’anno c’è stata una grande novità, per la prima volta l’Istat ha deciso di censire anche i senza casa. Ciò ci rende particolarmente contenti perché è stata da sempre una nostra battaglia. Si cerca di uscire da una logica emergenziale per fornire interventi più strutturati e duraturi.”

Welcome Center: dall’emergenza alla pianificazione

Una volta queste persone venivano soccorse due volte l’anno, per l’emergenza freddo e per l’emergenza caldo, come se fossero eventi straordinari al pari di un terremoto o di una guerra. In realtà freddo e caldo si ripresentano ogni anno, c’è semmai un’emergenza delle persone senza casa” afferma, con convinzione, Andrea.” Il Welcome Center, che ora compie un anno di attività, ha continuato, affiancandola, l’esperienza di Baobab Experience che lo faceva già da dieci anni. Forniamo pasti alle persone indigenti, distribuiamo coperte, vestiti, sacchi a pelo e tende, li aiutiamo con  gli sportelli sociali, gli cerchiamo un lavoro, offriamo scuole d’italiano, per non lasciarli indietro. Lo facciamo con le difficoltà dovute ai tempi ed alle leggi nazionali. Per fortuna sono rimaste attive anche le tensostrutture giubilari che nel nostro quartiere sono a stazione Tiburtina e a San Lorenzo, ed aiutano a trovare un riparo per la notte almeno a 150 persone. Anche queste sono strutture emergenziali, non risolvono il problema dei senzatetto il problema è più profondo, in una città che ha quasi un quarto degli immobili sfitti e le altre utilizzate per case vacanze e B&B.” afferma ancora Andrea.

I servizi offerti dal Welcome Center

Negli spazi del Welcome center, dalle ore 18, serviamo la cena in media a 80/100 persone ogni volta, una metà sono migranti in transito, l’altra metà sono per lo più stranieri che hanno avuto difficoltà ad inserirsi, una percentuale sono persone, italiani o meno, che hanno problemi di dipendenze e una percentuale più piccola sono italiani in difficoltà, c’è anche chi ha una casa ma non ha soldi per mantenerla.” Spiega ancora Andrea, “insieme a Baobab Experience, c’è il personale di Medu -Medici per i diritti umani- per fornire assistenza medica immediata. Le persone oltre che consumare il pasto, possono ricaricare i cellulari, prendere coperte e vestiti pesanti. Nel quartiere, la sera passano anche le unità giubilari e le unità della sala operativa sociale capitolina che aiutano soprattutto le persone disorientate, che vedono in difficoltà, successivamente li indirizzano da noi”.

Le tende e le tensostrutture dell’Amministrazione capitolina

“Molti sono i senzatetto che scelgono una tenda come rifugio. Dietro alla stazione Tiburtina dormono in tenda centinaia di persone, al Gianicolo, sotto i ponti, nei palazzi abbandonati della Tiburtina, nella zona di  San Basilio e Tor Cervara, Accampamenti spontanei sono sorti persino sul muro Torto.” dice ancora Andrea Costa, concludendo il suo racconto. Anche l’Amministrazione comunale, per combattere i rigori e le piogge dell’inverno romano, sembra fare affidamento soprattutto sulle quattro tensostrutture allestite per il Giubileo: a Porta San Lorenzo, Ostiense, Tiburtina e via delle Fornaci. In queste strutture vengono offerti a chi ne ha bisogno pasti caldi, docce, assistenza sociale, orientamento lavorativo, supporto psicologico. “Le tensostrutture giubilari hanno dimostrato di essere un modello di accoglienza efficace, capace di avvicinare chi normalmente resta ai margini dei servizi sociali” ha sottolineato Barbara Funari, assessora capitolina alle politiche sociali, in diverse interviste apparse sulla stampa, all’inizio della stagione invernale. Tra le persone accolte finora il 17 per cento sono donne, il 58 per cento stranieri non comunitari, il 12 per cento comunitari e il 30 per cento italiani.

L’accoglienza e le unità di strada del Comune di Roma

Dal sito del Comune di Roma, dipartimento delle Politiche sociali, si desume che il circuito di accoglienza capitolino mette insieme 2.500 posti, a cui se ne stanno per aggiungere altri 240, incrementabili in caso di emergenza, sembra stiano arrivando anche quelli finanziati con il Pnrr. Se la temperatura dovesse scendere sotto zero gradi, poi, scatterebbero le misure previste nell’ordinanza ad hoc del sindaco Roberto Gualtieri, che prevede l’utilizzo di altri spazi di proprietà comunale per ospitare i senzatetto. Ma il piano freddo non è fatto soltanto di ospitalità notturna. È stata potenziata la Sala Operativa sociale, che mette a disposizione un call center attivo 24 ore su 24, tutti i giorni dell’anno, ed è stato reso strutturale il servizio di pronto intervento sociale. Sono aumentate le unità di strada, incaricate di fornire assistenza a persone in stato di disagio: quelle notturne sono passate da due a tre unità, quelle diurne da sei a dieci. Precedentemente era prevista, con la sola eccezione del centro storico, un’unità di strada per ogni quadrante costituito da tre municipi. Con il nuovo bando si avranno due unità per i municipi più centrali, il I e il II, e una dedicata prevalentemente al centro storico, più una per il municipio X (Ostia) e una a testa dedicata al territorio di ogni due municipi.

( Sito di Roma Capitale-SIMIS- Sistema informativo unico di monitoraggio e intervento sociale-pag.1 di 13)

I censimenti ISTAT delle persone senza fissa dimora e senza dimora

“L’ultima stima dell’Istat risalente al 2014 parlava di 7.709 persone in condizione di “povertà ed esclusione abitativa” a Roma. Nell’ambito del Censimento Permanente della Popolazione (2021) l’Istat ha dichiarato la presenza a Roma di 22.182 persone “senza fissa dimora. Di fatto l’ISTAT, finora, nel conteggiare i senza fissa dimora ha diffuso il dato delle persone iscritte in anagrafe presso l’ indirizzo fittizio di Via Modesta Valenti, non solo e non tanto i senza tetto che vivono in strada o homeless.

“Tutti contano” il censimento dell’ ISTAT realizzato da Fio-Psd

”Bisogna fare attenzione, c’è differenza tra senza fissa dimora e persone senza dimora o senza tetto” puntualizza Eleonora Schirmo, coordinatrice del team di Roma  per il  censimento Istat 2026, realizzato da Fio-PsdFederazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora – La locuzione “senza fissa dimora” ha una specifica connotazione amministrativa e si riferisce ad una persona che è priva di iscrizione anagrafica o ne possiede solo una fittizia, possono essere girovaghi, artisti di spettacoli itineranti, artigiani ambulanti, non necessariamente sono persone prive di mezzi o che vivono in condizioni di grave disagio abitativo. I senza tetto o senza dimora, invece, hanno una condizione di vita molto più grave, sono privi di un alloggio o vivono in alloggi di fortuna. L’intenzione è rendere strutturale il censimento dei senza dimora, ripetendolo ogni 5 anni ed includendo tutte le città Italiane, come già si fa in Europa.”

I numeri e le modalità del censimento

“La Nostra Federazione ha conteggiato, nelle 14 città metropolitane toccate dal censimento, solo i senza tetto visibili.” prosegue Eleonora. “Ci siamo organizzati con squadre di volontari, 6000 in tutta Italia, coordinati da noi. A Roma, i volontari sono stati più di 2000, la città è stata divisa in 70 aree, in ogni area c’era una persona di riferimento che formava ed organizzava le squadre. Alcune aree non sono state però esplorate dai volontari, per un problema di sicurezza. Sono state esclusi i lungo fiumi sia del Tevere che dell’Aniene, la pineta di Castel Fusano, ad Ostia e tutti i parchi. La notte del 26 gennaio le squadre di volontari hanno contato visivamente le persone, nelle serate successive del 28 e 29, sono state fatte le interviste. Nella sera del 28 presso le strutture di prima e pronta accoglienza di bassa soglia, come i dormitori o istituzionali o informali, invece la sera del 29 si è ritornati in strada, per cercare di individuare le persone che erano presenti la sera del 26 e intervistarli a campione.” Specifica ancora la ricercatrice “I dati, la sera stessa, sono stati inseriti all’interno del sistema Istat, dai volontari, tramite una piattaforma, noi non ne abbiamo la disponibilità.” 

Il fine del censimento “Tutti contano”

“La finalità dell’iniziativa è non solo quantificare e qualificare il fenomeno per orientare meglio le politiche pubbliche ed economiche, comprendere i profili e i bisogni delle persone senza dimora e le dinamiche che conducono alla povertà estrema. Ma dare loro visibilità” aggiunge infine Eleonora Schirmo. Ha detto un formatore “Arrivare a vivere in strada molte volte è l’esito di un percorso che, al di là delle difficoltà economiche e materiali, è depauperato di relazioni. Si vive in strada quando si sono perse le relazioni sociali, ma sono degli invisibili solo per chi non li vuole vedere.”

testo di Nadia Luminati
foto di Alessandro Guarino e Piuculture
10 febbraio 2026

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