Diritto alla Resistenza: le lotte dei popoli per l’autodeterminazione

“Questo 25 aprile non è solo memoria. È una presa di posizione contro la guerra, contro le basi militari. Contro chi decide che la violenza è inevitabile” affermano gli organizzatori dell’evento “Diritto alla Resistenza – Lotte e resistenze dei Popoli”,  l’incontro con attivisti provenienti dagli scenari di guerra odierni, organizzato da Rete 25 Aprile est e Academy of Democratic Modernity, il 17 aprile, presso la facoltà di Lettere dell’Università degli Studi La Sapienza, nell’ambito delle celebrazioni per il 25 Aprile.

25 Aprile messaggio per le nuove generazioni

“Con questo incontro vogliamo far conoscere le pratiche di autorganizzazione e resistenza che sono sorte e continuano a sorgere, in ogni parte del mondo, contro ogni oppressione e che ci ricordano che le nostre società sono vive e capaci di organizzarsi e difendersi. Il 25 Aprile diventa, dunque un messaggio per le nuove generazioni: il concetto di una resistenza democratica contro i movimenti autoritari interni ed esterni all’Italia, un’occasione per uno scambio di idee tra popoli che stanno patendo la violazione delle loro libertà.
Gli ospiti presenti sono: Neguin Bank, attivista iraniana del collettivo ” Donna vita e libertà, Maryam Fathi, militante curda del TJK-E, Movimento delle Donne Kurde in Europa e del KJAR, organizzazione delle donne libere del RojhelatKurdistan iraniano – e  Sharif Hamad, attivista palestinese di Gaza. L’incontro è stato aperto da un video – racconto di Luciana Romoli, classe 1930, partigiana della “Brigata Garibaldi”, con l’intento di unire simbolicamente vecchie e nuove resistenze, capaci di organizzarsi e lottare contro ogni forma di oppressione.

Luciana Romoli e le Resistenza delle donne italiane

“Io la partigiana avevo incominciato a farla alle elementari, quando fui espulsa da tutte le scuole del regno per aver difeso Deborah, la mia compagna di banco ebrea, maltrattata da una maestra fascista. Era il 1938, erano appena state emanate le leggi razziali e, dunque, il mio primo atto politico l’ho fatto quando avevo 8 anni.” Luciana Romoli, diventata staffetta partigiana a 13 anni, nel 1943, con il nome di Luce, racconta il contributo decisivo delle donne alla Resistenza, in modo particolare quello dei Gruppi di difesa della donna (GDD) e delle staffette partigiane. “Senza di noi, il movimento partigiano non avrebbe avuto la forza che ha avuto.” Le partigiane non erano solo staffette, erano combattenti, organizzatrici, al primo posto nella lotta contro il nazifascismo.”

Neguin Bank: la resistenza delle donne iraniane nasce da lontano

Neguin Bank, iraniana, da anni a Roma, è attivista della diaspora. “Tutte le resistenze sono legate tra di loro. La storia della resistenza  italiana è stata per noi un esempio. La resistenza delle donne è organica e profondamente radicata nel nostro territorio anche per la larga partecipazione numerica che la contraddistingue. La resistenza femminile si può far risalire all’epoca della rivoluzione costituzionale, nel 1906, quando le donne si organizzarono con associazioni clandestine e nelle scuole femminili, fornendo supporto logistico, contribuirono al boicottaggio dei prodotti stranieri per proteggere l’economia locale. L’attivismo delle donne ha caratterizzato fortemente anche il periodo della monarchia dello scià Reza Pahlavi, che ha governato in maniera autoritaria dal 1941 al 1979. In quel periodo l’Iran viveva una forte repressione politica e la resistenza assunse la forma della militanza politica e della guerriglia. All’indomani della rivoluzione del 1979 la controrivoluzione di Khomeini scippò la rivoluzione alle altre forze democratiche” afferma Neguin “e si accanì in modo particolare sul mondo femminile, istituzionalizzando l’oppressione attraverso il velo obbligatorio e le leggi sistematicamente discriminatorie contro le donne. Migliaia di donne avevano protestato e erano scese nelle piazze, l’8 marzo del 1979. In quel frangente, le rivendicazioni femminili furono declassate, dalla maggior parte dei partiti di sinistra e organizzazioni rivoluzionarie come non importanti. Alcuni consideravano la questione del velo un problema “borghese” o secondario rispetto alla lotta anti-imperialista e al consolidamento della rivoluzione contro lo Scià. Purtroppo, la dinamica si ripete anche oggi. Di fronte alle repressioni militari di Israele e degli Stati Uniti di questi mesi, diversi partiti politici e movimenti sostengono che si debba accantonare la lotta egualitaria e di classe in nome di un unico fronte anti imperialista. Noi donne iraniane rifiutiamo categoricamente di seguire questa logica. La lotta di classe e le questioni di genere non possono essere messe in pausa in nome della geopolitica.”

Autodeterminazione obiettivo condiviso

“Io ho avuto dei contatti con l’Iran solo ieri, è stato molto difficile parlare con le persone per via del black out di internet. Ma iniziano ad arrivare le notizie di una crisi economica ancora più grave del gennaio scorso e continuano gli arresti e le esecuzioni, che la guerra non ha fermato. Prima o poi si tornerà per le strade a manifestare.” Racconta ancora Neguin. “Tutti noi della diaspora ci aspettiamo altre ondate di proteste in Iran. Solo una parte della popolazione, manipolata dalla propaganda di Israele e Trump ha creduto che le bombe potessero essere liberatorie. Credo fermamente che le componenti progressiste di ogni società debbano unirsi ed organizzarsi in maniera autonoma, senza avere aiuto da altri Stati. Dobbiamo arrivare ad una democrazia vera, organizzata dal basso.”

Maryam Fathi: ll movimento curdo Jin, Jîyan, Azadî – Donna, Vita e Libertà

Maryam Fathi, è esule in Europa, nativa della regione del Rojelat, il Kurdistan iraniano. “All’interno del conflitto in medio Oriente, le donne stanno avendo un ruolo fondamentale” afferma Maryam  “Già dopo la prima guerra mondiale, la mia nazione è stata divisa in quattro parti ed è iniziata una resistenza. ll movimento Donna, Vita, LibertàJin, Jîyan, Azadî” è nato dai movimenti femminili curdi ed è diventato il cardine delle proteste in tutto l’Iran, a seguito dell’uccisione da parte della polizia di Mahsa Amini, nel 2022. In curdo, “Jin” donna, e “Jîyan”, vita, condividono la stessa radice etimologica, sottolineando come la libertà della società dipenda dall’emancipazione femminile.  “Non è solo uno slogan anti-velo, ma una richiesta di autodeterminazione e rispetto dei diritti umani, inclusi quelli delle minoranze. È un grido che unisce le donne di tutte e quattro le parti del Kurdistan: Siria, Iran, Turchia ed Iraq.”
Nel Kurdistan iraniano, o Kurdistan orientale, Rojhelat la resistenza femminile è una componente fondamentale e storica della lotta curda contro il regime teocratico iraniano, caratterizzata da una doppia battaglia delle donne curde: una contro l’oppressione statale e l’altra contro il patriarcato. Una lotta che ha radici profonde. “Il femminismo curdo in Iran è nato durante la Repubblica di Mahabad (1946), le donne curde si organizzarono con l’associazione “Yaya” per l’alfabetizzazione e l’identità nazionale.

Il filo che unisce le lotte delle partigiane a quelle delle donne iraniane e curde

“L’Italia ha una storia molto importante di lotte sociali e di lotta al fascismo. Nella lotta in Kurdistan, nel Royava abbiamo ricevuto molta solidarietà dalle italiane e dagli italiani, durante la sollevazione di Jin, Jîyan, Azadî” racconta Maryam. “C’è stata anche grande solidarietà da parte delle donne iraniane e credo ci siano molti punti in comune per poter costruire una rete. Il nostro obiettivo è quello di costituire una confederazione democratica di donne in Iran e in altri paesi. Noi donne abbiamo una prospettiva internazionalista sulla questione femminile.”

Sharif Hamad: autodeterminazione anche in Palestina

Sharif Hamad è un attivista palestinese originario di Gaza, è mediatore culturale e risiede a Siena, collabora con “Un Ponte Per” e Flai Cgil in campagne di aiuti umanitari. “Oggi è la giornata internazionale di solidarietà per i prigionieri palestinesi e in questi giorni in Israele è stata approvata la legge sulla pena di morte per i palestinesi, anche se in realtà è stata praticata da sempre. Dal 7 ottobre 2023 in poi ci sono stati centinaia di morti nelle carceri israeliane.” esordisce Sharif. Anche quella dei palestinesi in carcere è una forma di resistenza. Secondo l’organizzazione per i diritti dei prigionieri Addameer oggi quasi 10.000 palestinesi sono detenuti nelle carceri israeliane, tra Israele e territori occupati:342 sono minori, 84 donne. I palestinesi rimangono in carcere anche dopo la morte, per gli israeliani non meritano nemmeno di essere seppelliti con il loro nome.”
E dichiara Sharif “Per me la Resistenza è quel movimento che riesce a far vivere dignitosamente gli uomini e le donne. Perché la vita se non è dignitosa non è vita. Io sono vivo quando scelgo, come e dove vivo. La vita senza diritto all’autodeterminazione non è vita. Il livello di crimini commessi dall’occupazione è terrificante e senza precedenti. Ogni persona ha avuto paura del futuro e molte persone libere del mondo hanno deciso di non rimanere in silenzio: sono i movimenti globali a sostegno del popolo palestinese. Questo ci aiuterà a costruire le condizioni oggettive della liberazione”.

Nadia Luminati
(23 aprile 2026)

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