Sulla loro pelle…le voci di migranti e operatori su Mafia Capitale

rifugiati
rifugiati

Nel mondo di mezzo di Carminati e Buzzi, si mischiano affari, politica e criminalità, per bussare ad un mondo di sopra, quello della politica, al quale chiedere favori in cambio di soldi. In Mafia Capitale – inchiesta che ha scoperchiato combine, appalti e mazzette a Roma, e che vede coinvolto anche il settore dell’immigrazione – c’è un mondo di sotto cui abbiamo cercato di dare voce. Un mondo tradito, sfruttato, indignato. E’ sulla pelle di quelli come Said (nome di fantasia) – migrante marocchino che ha partecipato alle proteste delle bocche cucite nel Cie di Ponte Galeria – di Lucia, operatrice di Prime, che quei soldi li vedrebbe bene trasformati in un full time per chi come lei accompagna i richiedenti asilo nel percorso professionale, e di associazioni e cooperative che ogni giorno faticano per tenere insieme un tessuto sociale complesso, che tutto questo mondo è stato orchestrato.

“Non avrei mai pensato che qualcuno potesse sfruttare i migranti in Italia – dice Said – In Libia era evidente, alla luce del sole, che ci fosse un traffico di esseri umani. Ma l’Italia e l’Europa erano per me posti in cui ero sicuro che avrei avuto una vita migliore”. Said dice di seguire la vicenda di Mafia Capitale attraverso la televisione e ci racconta il suo sdegno. Oggi “ho 29 anni, sono venuto in Italia per cambiare la mia vita e da quando ero piccolo per me il vostro era un bel paese, democratico, dove c’era il rispetto delle persone, il lavoro. Quando sono arrivato ho capito che non era così. Sono passato da un centro di identificazione. Poi sono uscito. Mi sono innamorato di una donna italiana e dopo qualche mese ci siamo sposati. Stiamo aspettando i documenti, il permesso di soggiorno. Nel frattempo lavoro come baby sitter con tre bambini italiani. E frequento la scuola di italiano tutte le mattine”. Nonostante tutte queste novità positive, Said è lapidario “Oggi non tornerei più in Italia”. La cosa che più stupisce Said è che tutto questo intreccio, chiamato “mondo di mezzo”, fosse già sotto gli occhi di molti. “In Marocco non esiste una rete mafiosa come in Italia – continua Said – la polizia lavora molto bene e blocca sempre sul nascere i piccoli gruppi criminali, prima che diventino operativi ed in grado di organizzare traffici di un certo tipo”. Intanto mentre Buzzi e gli altri facevano affari, perché “il traffico di immigrati frutta più della droga” – riportano le intercettazioni del capo della Coopertiva 29 giugno– Said era dietro le sbarre del CIE di Ponte Galeria, con i migranti in protesta che si cucivano la bocca.

Lucia di Prime
Lucia di Prime

Chiedo a Lucia se di lavoro per un’operatrice come lei ce ne sia a Roma. Lei, che opera da tre mesi con Prime, mi racconta che ci sarebbe molto da fare. Il suo compito è quello di aiutare i rifugiati ad entrare nel mondo professionale. “Cerchiamo borse lavoro che giriamo alle aziende per coprire l’inserimento del migrante, ascoltiamo i rifugiati, prepariamo curriculum vitae con loro, li accompagniamo”. Lucia lavora dal lunedì al sabato, “flessibile però”. Flessibile e con due lavori, perché “con un part time a Prime” non si riesce a tirare avanti. “Certo che vorrei lavorare a tempo pieno per Prime. Ho fatto la volontaria per anni e sento che questa è la mia strada”. Lucia è amareggiata e preoccupata “non vorrei che ora tutti venissimo accomunati a chi aveva loschi giri. Così facendo si squalificherebbe il lavoro di centinaia di persone”.

Accanto a Lucia c’è Ali. Fuggito nel 2006 dall’Afghanistan in fiamme, arrivò come prima tappa in Grecia. Il suo sogno era raggiungere l’Italia, anche se la Dichiarazione di Dublino glielo impediva, attribuendo la presa in carico del rifugiato nel paese europeo dove è identificato per la prima volta. Da quel momento inizia per Ali una serie di andate e ritorni dalla Grecia verso l’Italia, passando per la Slovenia e il carcere a Budapest. Anche lui vuole dire la sua su quanto sta accadendo a Roma. Racconta “del luogo umido dove è costretto a vivere, di un lavoro che non arriva e di cibo scadente”. Tutto ciò stride con il giro di soldi di cui Ali legge nelle notizie di cronaca.

Mafia Capitale rischia di far male anche alle associazioni, di uniformare i giudizi “i migranti sono solo un affare, oltretutto spendiamo anche di tasca nostra per accoglierli. Chiudiamo tutti i centri”. Il direttore dei progetti del Centro Astalli, Guarino , afferma che “bisogna ridurre le procedure di emergenza per l’assegnazione dei progetti. Una pianificazione dell’accoglienza renderebbe più difficile quanto accaduto con Mafia Capitale. Nei progetti come lo Sprar è richiesta una rendicontazione rigida. Lì dove invece nasce un’emergenza, gli spazi per manovre poco chiare è maggiore”. Intanto un’altra associazione in questi ultimi giorni è stata al centro del ciclone. Erroneamente alcuni organi di stampa avevano dato la cooperativa Un Sorriso, come organizzazione in mano a Buzzi. In un primo momento era accaduto anche a noi, durante la stesura dell’articolo Marina va alla Guerra…di Tor Sapienza. Ci siamo corretti subito, anche su segnalazione del rappresentante legale Mauro Errico. Totale è l’estraneità e lo ribadiamo. Anzi, qualche giorno dopo la grave svista un articolo di Repubblica titolava “Minacce, aggressioni e avvertimenti mafiosi: l’ombra di Buzzi sui tumulti di Tor Sapienza” e continuava “La coop che gestiva il centro minori preso d’assalto era stata per anni nel mirino della “29 giugno” e dei suoi sgherri. “Ti facciamo cambiare città”. E dopo la rivolta il braccio destro di Carminati disse: “Ora ce li abbiamo in pugno”. Quella coop presa di mira era proprio Un Sorriso. Adesso a Tor Sapienza i minori non ci sono più, non è ancora chiaro se ci sia stata una leva di Buzzi su questi fatti, sappiamo di sicuro che sulla pelle dei tanti Said, Lucia, Ali e delle associazioni che operano con i migranti qualcuno lucrava. Insomma non li vedeva proprio come delle realtà da aiutare, ma dei tasselli per i propri affari.

Fabio Bellumore (18 dicembre 2014)

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