I progetti SPRAR: una risorsa invisibile per tanti, troppi italiani

Cristina Formica di ARCI Roma, coordinatrice del Progetto SPRAR AIDA, attivo a Monterotondo dal 2009, ha raccontato le storie di difficoltà delle beneficiarie del progetto: un passato traumatico, la speranza di ricostruirsi la vita, i rapporti con i vicini di casa italiani.

Venerdì 14 dicembre, all’evento finale del Progetto IPOCAD, tenutosi presso la Casa della Pace “Angelo Frammartino” di Monterotondo, si è parlato di idee, di storie e di pratiche positive per l’integrazione sociale dei migranti. Prima della festa finale, animata dal catering di Gustamundo e dalla Piccola Orchestra Tor Pignattara, il seminario ha portato alla luce le tante storie di integrazione, i progetti di formazione professionale, integrazione linguistica, e tutte le buone pratiche che sono il mezzo attraverso il quale chi opera nel settore dell’accoglienza prova a portare avanti, con strumenti e modalità differenti, il progetto di costruzione di realtà inclusive. Ma accanto a questa “progettazione”, c’è una realtà, spesso fatta di comuni cittadini, che non adottano, o scelgono di non adottare questo linguaggio positivo. La seconda parte del seminario è stata infatti dedicata ai futuri cambiamenti nel sistema di accoglienza in Italia dopo il decreto “Sicurezza e Immigrazione”.

photo credit: Zoom24.it

Cosa fa lo SPRAR

“Quello di Monterotondo”, spiega Cristina Formica, “è un Comune che storicamente è sempre stato attento alle tematiche umanitarie e ai bisogni sociali, fin da quando, prima della nascita degli SPRAR, accolse minori saharawi e ucraini”. Partendo da questa premessa, Cristina ha raccontato qual è l’impatto sociale dell’accoglienza dei migranti sulla percezione di sicurezza sociale da parte dei cittadini di Monterotondo. “Nei nostri progetti SPRAR, due a Monterotondo e due a Roma, ci occupiamo principalmente di donne, molte con bambini e c’è da dire che questa tipologia di beneficiari sembra essere più tollerata dalla cittadinanza locale. Si tratta di donne che hanno tutte subito violenze di ogni genere nella loro permanenza in Libia, permanenza che in alcuni casi è durata per anni. Sono donne che si trovano in un forte stato di bisogno e che hanno come priorità la tutela legale e sanitaria e che sono accompagnate da una volontà ferrea di riscatto sociale, che cercano attraverso il lavoro”.

Il progetto offre queste donne assistenza di ogni genere, dai corsi di italiano, all’orientamento professionale, dal supporto psicologico ai laboratori artistici. Lo SPRAR AIDA ha messo a disposizione di queste donne 9 appartamenti, seguiti e monitorati dagli operatori sociali, i quali svolgono un importante ruolo di mediazione, finalizzato a facilitare l’inserimento nel territorio ma soprattutto lo sviluppo di percorsi autonomi. Ma coniugare le linee guida con la realtà dei fatti è un’operazione difficile, poiché l’incontro con il vicinato è spesso costellato di episodi di intolleranza.

Le criticità e i difficili rapporti di vicinato

Gli operatori sociali svolgono un ruolo di mediatori con i vicini, che spesso si lamentano con noi e ci chiedono di intervenire. Succede spesso che ci chiamino perché infastiditi dalle urla dei bambini, dal rumore delle porte che sbattono, dalle modalità di relazione delle beneficiarie, spesso definite arroganti e aggressive”, spiega Cristina, “una volta è successo che una donna si era dimenticata di spegnere un fornello e la padella si stava bruciando, creando fumo e un cattivo odore. I vicini non si sono relazionati direttamente con le inquiline, ma hanno allertato i Vigili del Fuoco. Quello che manca è la comunicazione diretta con queste persone, molte delle quali non sono ancora in grado di comunicare in italiano”. “Quando ci sono liti in casa, i vicini si allarmano, vogliono spiegazioni dal Comune. Tra italiani, la coppia che urla è vista come un fatto privato, mentre nel caso degli stranieri, il problema diventa di pubblica sicurezza. Se l’operatore non basta, a volte intervengono le forze dell’ordine. Davanti a questi problemi prevale l’incomunicabilità, perché la beneficiaria chiamata in causa non reagisce e attende dunque l’intervento degli operatori”.

Da dove ripartire?

Ma è possibile aprire un canale di comunicazione in questo senso? Cristina è fiduciosa, nonostante riconosca che in questa fase storica le cose stiano prendendo una brutta piega: “Dieci anni fa, lavoravo con i rom. Un giorno intervenni per fermare un italiano che sull’autobus stava per picchiare una ragazzina rom, accusandola di avergli rubato il portafoglio. I passeggeri hanno capito la mia reazione e in un certo senso l’hanno appoggiata. Quello che è successo invece alla giornalista romana, insultata perché aveva provato a salvare una donna rom pesantemente aggredita nella metropolitana, è sintomo che i tempi sono cambiati”. Nonostante questo però, chi opera nel sistema di accoglienza, continua a porre al centro del proprio operato l’idea che l’integrazione sia ancora possibile, ma è necessario mettere in campo idee e ragionare sulla direzione da prendere. “Stiamo ragionando con il Comune per capire da dove possiamo partire per rendere incisivo il nostro messaggio. Fino ad ora abbiamo portato laboratori nelle scuole, organizzato spettacoli teatrali, ma come facciamo a portare un messaggio positivo e incisivo se i media ogni giorno mostrano una realtà che va a senso unico?

I dati positivi

Se c’è una cosa che rende fiduciosa Cristina è sapere che nonostante tutte le difficoltà, i risultati raggiunti dal lavoro degli SPRAR ci sono. “Alcune donne dei nostri progetti sono riuscite a trovare un lavoro. Cinque di loro sono diventate badanti e abbiamo visto come gli italiani hanno avuto un approccio di apertura con loro. Ho conosciuto un signore che aveva in casa una badante straniera del nostro SPRAR, e ho visto pian piano aprirsi un rapporto di fiducia con lei. Si era creato un legame e lui scherzando diceva che doveva necessariamente insegnarle a cucinare”.

Dall’archivio di Piuculture: corsi di pasticceria allo SPRAR GErini. Foto di Alessandra Zucconi

In dieci anni di progetto, solo 2 nuclei sono stati seguiti dai servizi sociali per forti problematiche interne alla famiglia. “I conflitti ci sono”, dice Cristina, “ma ci sono casi e casi. Nelle famiglie italiane le problematiche interne sono forse inesistenti? Al contrario. Inoltre, molte difficoltà di accesso ai servizi non riguardano solo gli stranieri, ma anche gli italiani più vulnerabili, pensiamo ad esempio alle donne sole e senza lavoro. Lo SPRAR auspica anche un’apertura ai servizi e facendo questo, favorisce la presa in carico di tutti. Se proviamo a rendere più accessibile un servizio, quel servizio aiuterà anche i tanti italiani in difficoltà”.

Cristina conclude con una frase di Joseph Ki-Zerbo, politico e attivista del Burkina Faso: “Non sei povero perché sei nero, sei nero perché sei povero”. E tanti, come lei, sono ancora convinti che non è la paura e la conseguente negazione dei diritti dell’altro a cambiare le cose. Ma su questo, la rete dei centri SPRAR e CAS che operano per portare avanti un dialogo tra cittadini, dovranno lavorare con ancora più determinazione.

Elisabetta Rossi
(19 dicembre 2018)