L’alfabeto delle parole che ci mancano: “L” di limite

 

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano” è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate. Oggi la parola dell’alfabeto è Limite: ne parlano Gloria, spagnola, e Federico, italiano, intervistati dagli studenti Mattia Stufara e Francesco D’Andrea.


Il limite non è un impedimento alla realizzazione della nostra esistenza, bensì una condizione. La consapevolezza dei propri limiti e della finitezza della vita umana aiuta a considerare che non siamo soli a occupare lo spazio dell’esistenza e rafforza il senso di responsabilità. Pensare, invece, che sia giusto tener conto solo dei propri interessi e di ciò che si muove dentro i confini del nostro territorio ci immiserisce e ci allontana dalla realtà.

 

Gloria, detenuta: i suoi limiti e il suo coraggio

Gloria, 44 anni, spagnola, è una detenuta, attualmente agli arresti domiciliari nella struttura del VIC, Volontari In Carcere  – Caritas, nel quartiere Montesacro di Roma, e ha passato quattro mesi in carcere con l’accusa di complicità nel traffico di stupefacenti. “Per una telefonata”, racconta, “sono stata incriminata”. Mentre era in Spagna le è arrivata la notizia della sua estradizione e, per non peggiorare la sua posizione, ha deciso di costituirsi.

Associa qualcosa di particolare alla parola limite?
Per me il limite è associato a una sensazione; sia quella che ho provato quando sono entrata nel carcere, che quella che mi si è attaccata addosso una volta uscita: tutto quello che non dovevo fare dopo essere tornata libera è stato il mio limite, cioè cercare di non rifare lo stesso errore.

Qual è o quale è stato il più grande limite che ha affrontato in passato o che sta affrontando nel presente?
Il mio limite più grande è stata la lontananza dalla famiglia e la morte di mia sorella, avvenuta mentre mi trovavo in una situazione così brutta.

È riuscita ad accettare tutti i limiti che si è trovata davanti?
Ho affrontato il mio limite più grande perché mi sono costituita quando ho saputo che ero incriminata. E lo ho accettato.

L’esperienza del carcere limita più psicologicamente o fisicamente?
Per me è stata una difficoltà sia psicologica che fisica. L’esperienza del carcere mi ha aiutato perché mi ha fatto capire lo sbaglio che avevo fatto. Ora vedo la vita in modo diverso anche se è stata l’esperienza peggiore della mia vita.

Per lei il carcere è un luogo di rieducazione?
Per me no. Non lo vedo come un luogo educativo, dove la gente apprende qualcosa. Anzi, a volte peggiora la sua situazione di partenza, perché chi entra in carcere con un piccolo reato ascolta gli altri che ne hanno fatti di peggiori e dopo essere uscito li fa anche lui.

Come trascorreva il tempo in carcere?Sono stata in carcere quattro mesi e per un mese sono andata a scuola per imparare l’italiano, ma in generale non si fa nulla; ci facevano stare fuori dalla mattina al pomeriggio, ma non c’erano attività. A settembre si può fare qualcosa con la scuola, ma si sta talmente tanto con le mani in mano che le persone restano in attesa che venga chiamato il loro nome per parlare con l’avvocato o con il terapista. È un’attesa continua. In quattro mesi non ho mai seguito la terapia, ovvero quaranta gocce di calmante, perché l’idea mi spaventava. La mia terapia è stata la lettura: ho letto diversi libri e la Bibbia.

Superata questa esperienza c’è stato un limite nel relazionarsi con le persone?
Quando la gente vede il braccialetto, quello che ha chi è agli arresti domiciliari e che fa scattare un allarme se il detenuto esce da una determinata zona, mi guarda male e io mi sento a disagio. Quando penso al ritorno in Spagna provo vergogna perché immagino che se la gente mi vedesse scortata dalla polizia si relazionerebbe con me in maniera differente rispetto a prima. Per fortuna mia figlia è stata la prima a dirmi che il fatto di essere stata in carcere non avrebbe cambiato nulla nel nostro rapporto e questo mi ha rincuorato.

 

 


 

Federico: “il limite del carcere è condurre una vita piccola”

Federico Abati, 53 anni, di Roma, è un ex detenuto che ha trascorso sei anni in carcere a causa della tossicodipendenza. Quando era giovane, ha iniziato a fare uso di stupefacenti e, una volta terminati i suoi soldi, ha cominciato a procurarseli illegalmente con piccoli furti; le prime volte che è stato colto in flagrante è stato rilasciato, ma poi, dopo qualche anno, è stato arrestato e ha iniziato il suo periodo di detenzione nel carcere di Rebibbia. Ha partecipato al concorso “Racconti dal carcere” ed è risultato tra i venti selezionati per entrare nell’antologia “Volete sapere chi sono io?” (Mondadori 2011).

Associa qualcosa di particolare alla parola limite?
Io associo alla parola limite tutto quello che ho dovuto affrontare dopo essere uscito dal carcere: cioè vedere i miei limiti, quelli che non posso superare, quelli che non devo superare e quelli che invece mi conviene superare per reintegrarmi e per riaffacciarmi nella società.

Qual è o quale è stato il più grande limite che ha affrontato nel passato o che sta affrontando nel presente?
Il mio limite più grande, quello che mi ha portato a sbagliare, è quello di non essere riuscito ad affrontare le mie responsabilità: sono diventato padre a 19 anni e questo è stato il mio vero limite, una situazione che mi ha messo a terra e che non ho saputo gestire.

È riuscito ad accettare tutti i limiti che si è trovato davanti?
Il limite che mi si è presentato davanti mi ha distrutto proprio perché non sono riuscito ad affrontarlo. Questo mi ha insegnato che per superare i propri limiti si deve guardare alle esperienze passate, vedere quante volte si è riusciti ad affrontarle, e i benefici che ne sono scaturiti. I problemi oggi li affronto in modo razionale e non mi capita quasi più di fermarmi davanti ad un limite.

L’esperienza del carcere limita più psicologicamente o fisicamente?Entrambe, ma se dovessi fare una graduatoria è il limite psicologico quello che pesa di più; perché la limitazione fisica la superi subito: per riabituarti a camminare per strada e a vedere il cielo e i palazzi ci metti una settimana, mentre il limite psicologico che crea il carcere dura anche più di un anno, dato che ti fa fare “una vita piccola”.

Dopo questa esperienza ha superato il limite che lo aveva indotto a sbagliare?
Sicuramente il carcere mi ha arricchito, sento di essere più forte e preparato di altre persone. Riesco ad arrivare subito al nocciolo della questione: mi sento in grado di risolvere i problemi senza andare nel panico, proprio perché nel carcere ho passato anni interi nel panico.

Per lei il carcere è un luogo di rieducazione?
Per me il carcere, come è adesso, è solo un luogo di pena. In realtà il sistema penitenziario nella teoria sarebbe buono, ma nella pratica non funziona, perché la rieducazione dovrebbe essere accompagnata anche dalla comprensione della persona che si vuole rieducare; mentre, nella realtà, in carcere perdi la tua identità e, essendoci solo sofferenza, non c’è miglioramento.

Come trascorreva il tempo in carcere?Quando mi sono accorto che, in carcere, il cervello si distrugge, ho iniziato a seguire dei corsi di studio, di falegnameria e altri tipi di attività, perché altrimenti il cervello smette di crescere. L’ambiente fisico e psicologico è chiuso. Il carcere però non ti dà stimoli per fare qualcosa, bisogna interessarsi in prima persona. Tutti i detenuti aspettano la terapia perché danno a tutti almeno quaranta gocce di calmante al giorno. Non sono obbligatorie, ma la maggior parte le prende per dormire il più possibile in modo tale da far passare il tempo più velocemente. Il carcere si fonda sulla sedazione dei detenuti, che la accettano pur di non star male. Per questo molti, quando escono, devono continuare a prendere molte pasticche e calmanti, proprio perché in carcere se ne diventa quasi dipendenti.

Superata questa esperienza c’è stato un limite nel relazionarsi con le persone?
Io avevo difficoltà a relazionarmi con gli altri perché in carcere sei l’ultima ruota del carro e anche quando parli con il personale del carcere non lo fai mai da pari, anzi, ti senti inferiore; mentre fuori basta chiedere una cosa, ad esempio le sigarette al tabaccaio, normalmente, senza doverlo pregare. A superare questa situazione ci ho messo più di un anno e mezzo perché, appena uscito dal carcere, mi sentivo inferiore a tutti.

 

 

 

 

 

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