L’alfabeto delle parole che ci mancano: “a” di armonia

Il silenzio che offende – L’alfabeto delle parole che ci mancano” è un progetto della redazione di Piuculture nato dalla considerazione di quanto le parole siano importanti, esprimano e formino il pensiero, rivelino e modellino comportamenti. Dobbiamo essere preoccupati di quel linguaggio fatto di povertà di pensiero, carico di violenza e stereotipi, che domina il dibattito pubblico sull’immigrazione e non solo.

Da qui è partita l’idea di ricercare parole il cui uso possa costituire una barriera al dilagare di quel linguaggio. Ricerca che ha portato alla costruzione collettiva di un Alfabeto ragionato delle parole che circolano poco nella narrazione delle migrazioni. L’ambizione è di contribuire a una campagna culturale in cui coinvolgere scuole, associazioni, testate giornalistiche.

I primi a collaborare sono stati gli studenti della III E del liceo Pilo Albertelli che hanno realizzato delle interviste parallele, a un italiano e a uno straniero, sulle parole scelte per comporre l’alfabeto delle parole che ci mancano. Pubblichiamo settimana dopo settimana le interviste realizzate. Oggi la parola dell’alfabeto è Armonia: ne parlano gli artisti Mhanaz Esmaeli, iraniana, e Mario Bambagini, italiano, intervistati dagli studenti Maria Paola Vozzo e Marcello Benzi.


Indica la sintesi di parti diverse formanti un tutto proporzionato, quindi presuppone la diversità. Una diversità che concorre a unico scopo: le singole parti da sole perdono il senso profondo che invece acquistano nell’insieme e si caricano così di una nuova bellezza. Non c’è armonia dove viene imposta omogeneità, ma solo dove convivono elementi dissimili che tra loro stabiliscono una relazione. È infatti nella relazione con gli altri e tra le varie parti di noi stessi che possiamo ‘accordare’ l’esistenza.

La bellezza della fusione naturale tra l’arte e l’armonia

Mhanaz Esmaeli, iraniana, laureata in scenografia e specializzata in cartoni animati, ha frequentato l’accademia delle belle arti e  ha conseguito un dottorato alla Sapienza sulla tecnologia digitale applicata allo spettacolo. L’artista è riuscita a fondere nel suo lavoro tecnologia e arte. Inizialmente si è concentrata sulla scenografia classica, tecnica e costruzione, successivamente si è allontanata da questo mondo dedicandosi alla scenografia multimediale e tecnologica. Da circa 25 anni fa teatro e insegna persiano agli italiani, una lingua indoeuropea nella quale è presente una grande armonia dei suoni.

Come interpreta la parola armonia?
Per me l’armonia è la capacità di associare parti diverse assieme, facendogli acquistare una nuova bellezza che sicuramente non avrebbero da sole. Non c’è armonia dove viene imposta omogeneità.

Lei riesce a trasmettere la sua armonia interiore?
A volte ho dei momenti in cui perdo la mia armonia e il mio equilibrio e non sono più predisposta a trovare la serenità, perché spesso nella vita ci aspettiamo molte cose e talvolta ne rimaniamo delusi; ma la cosa che dovremmo comprendere è che la vita non ci è debitrice. Adesso avendo preso coscienza di ciò e attribuendomi le responsabilità riesco ad essere più serena. Nel mio campo, ho imparato ad accettare gli errori che faccio e ad avere la forza di chiedere scusa. Penso che quando hai la fede sei responsabile della tua vita, ma hai anche tanta protezione che ti dà sempre un briciolo di speranza, mantenendoti vivo e essendo in grado di farti gestire la paura.

Nei periodi difficili della sua vita è riuscita a preservare l’armonia?
Ho sperimentato la difficoltà due anni fa, infatti un mese prima di andare in scena ho scoperto di avere un malessere e mi hanno detto che dovevo essere operata. Inizialmente ho ceduto alla malattia, addirittura volevo lasciare lo spettacolo, non conoscendo gli esiti delle cure. Allo stesso tempo però è nata in me la speranza, quella luce di cui parlavo, che mi ha portato ad ultimare il lavoro e ad avere grande successo. Dopo una settima che mi sono operata già mi trovavo in scena. Infatti l’ho vista come una grande occasione per vedere un lato positivo in ogni cosa e affrontare un’impegnativa battaglia per ritrovare me stessa.

Quanta armonia è presente nel suo campo e come la gestisce?
Nel mio campo è presente molta armonia, ha due facce: una riguarda il lavoro personale e artistico dove bisogna essere in grado di associare in maniere adeguata i vari colori, l’altra parte riguarda il teatro, è un lavoro collettivo, deve essere per forza presente dell’armonia, specialmente a livello umano, senza l’armonia il lavoro non potrebbe giungere a un buon fine. Non è detto che la si possa trovare sempre ma quando la si raggiunge si arriva a un livello di equilibrio e rispetto. Nelle mie scenografie non pretendo che lo spettatore mi dica “che bella scenografia” ma aspiro a sentirmi dire “che bello spettacolo” che vuol dire bel testo, bravi attori e adeguata scenografia. Questa la definisco armonia teatrale. Tendo a creare un rapporto umano stabile con le persone con cui lavoro.

Quanta armonia è presente nelle sue opere?
Nelle mie opere è quasi sempre presente. Devo trovare un equilibrio tenendo conto anche dell’uso della tecnologia. Infatti la scenografia multimediale è un grande impegno, prima di fare qualsiasi cosa dobbiamo metterci in accordo con noi stessi, cercando un’armonia interiore.

Quanta armonia ritrova nella società?
Trovo molta poca armonia, io penso che ognuno debba trovare l’armonia interiore prima di entrare in società perché altrimenti può creare conflitti. Tutto parte dal nostro “io” interiore che poi si riversa sulla società.


 

Armonia è piacere per l’udito e per la vista

“I quadri sono come figli, perciò il dipingere si può intendere come un atto d’amore”, Mario Bambagini è un pittore nato a Grosseto nel 1932. Fin da giovanissimo ha esposto i suoi quadretti in circoli ricreativi, aule magne di licei, biblioteche. Nel 1967 si è trasferito a Roma dove, per affinare la sua preparazione, ha seguito corsi di nudo, incisione e affresco. Invitato a numerose rassegne nazionali e internazionali, ha effettuato oltre 100 mostre in Italia e molte in varie parti dl mondo.

A cosa associa la parola armonia?
Armonia è una parola che si riferisce alla musica e indica un insieme di suoni che sono piacevoli per l’udito. In senso traslato questa parola si può associare ad altre forme d’arte. In pittura, per esempio, indica l’insieme di forme e di colori che sono piacevoli per la vista.

Si sente in armonia con le sue opere? Certo, se non mi sentissi in armonia non le realizzerei.

Trova armonia nella società di oggi?
In qualsiasi società e in qualsiasi tempo l’armonia non può mai mancare, naturalmente assumendo forme differenti anche perché i gusti sono diversi. La società moderna è molto avanzata a livello scientifico, a scapito forse di quel piacere per l’udito e per la vista che l’armonia ti regala. Credo anche che culturalmente ci sia stato un notevole regresso, come esempio racconto un episodio: incontrai una ragazza in copisteria e la sentii parlare della sua maturità, disse, tra le altre cose, che il 5 maggio era una poesia di Leopardi, mi cascarono le braccia, allora le chiesi che studi stesse facendo, e rispose: “liceo classico”

C’è mai stato un elemento di contrasto all’armonia nelle sue opere?
Cerco sempre di non fare entrare elementi di contrasto. I miei quadri sono, in un certo senso, autoritratti perché in ogni quadro ci sono io con i miei pensieri, i miei sentimenti, i miei desideri, le mie speranze e le mie ansie. A tutto questo cerco naturalmente di dare una forma che sia più armoniosa possibile, per far sì che prima io e poi lo spettatore si possa trarne piacere.

Con il suo lavoro ha viaggiato molto, qual è il paese in cui ha trovato più armonia?
Non saprei dirlo. Ogni paese ha, anche se con forme diverse, la propria armonia. I tedeschi, in genere, sono persone colte, infatti, quando vengono a discutere delle mie opere è piacevole parlarci, ma poi non le comprano. Gli americani, invece, non parlano, chiedono solo quanto costa e le comprano

Trasmette le sensazioni che prova alle sue opere?
Cerco di non farcele entrare, le emozioni sono passeggere.

Cosa rappresentano i suoi quadri?
Solo quello che una persona riesce a vederci.


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